Contributi

La solitudine delle imprese

di Martina Galbiati 30 gennaio 2013

Pochi giorni fa ho avuto modo di confrontarmi con un’imprenditrice marchigiana sul valore di convegni come quelli del ciclo “Risorse Umane e non Umane” che organizziamo con la casa editrice ESTE.
La signora lamentava il fatto che la maggior parte delle iniziative provenienti dall’affollato mercato della convegnistica siano frequentate da Relatori del partito de “i soliti noti” che, a suo dire, propongono esclusivamente luminose ricette di pratiche aziendali iperperformanti, le ormai ben note “case history”, spesso poco applicabili ad altre realtà imprenditoriali o alla quotidianità delle aziende che siedono in platea ad ascoltare (per lo più composta da PMI).
Dalle riflessioni sui convegni l’imprenditrice è passata rapidamente ad una lucidissima panoramica della situazione economica marchigiana attuale, che per sintesi e veridicità non aveva nulla da invidiare a un rapporto trimestrale di Confindustria. Un osservatorio privilegiato come quello di una capa di azienda locale che opera tutti i giorni in regione è sicuramente il tipo di contributo che ci piace ospitare ai nostri convegni.

Lo scambio di opinioni mi ha fatto riflettere sulla peculiarità dei nostri incontri e su quello che ESTE si pone come obiettivo nell’organizzare queste iniziative: riuscire a coinvolgere e a “far uscire dall’azienda” per una giornata, interlocutori magari meno avvezzi a presenziare a convegni e iniziative, ma certamente rappresentativi delle caratteristiche che il tessuto Imprenditoriale italiano porta storicamente con sé.
In un paese dove il 95% delle imprese ha meno di 10 addetti e impiega il 47% dell’occupazione totale, è impensabile considerare come rappresentativi i risultati e le pratiche delle aziende grandi o molto grandi che sovente esportano dalla country di origine le practice vincenti e rodate per applicarle nei paesi che ospitano le varie units: organizzazioni fotocopia che sovente non tengono conto dei tratti distintivi e fondanti dell’organizzazione sociale ed economica del paese ospite e delle caratteristiche virtuose di ciascun contesto imprenditoriale, all’insegna di una standardizzazione auto-matica e adesiva.
La via da imboccare non credo sia quella dell’uniformazione verso le pratiche delle imprese più grandi, bensì quella dell’esasperazione dei tratti distintivi e unici, dei “segni particolari”.
Fare affidamento sui corsi storici, sulle capacità di adattamento che hanno plasmato la fisionomia di un’azienda negli anni credo sia il punto di partenza per superare anche questa congiuntura.
Occorre per questo dare voce, anche nei convegni, a chi realmente, tutti i giorni, è impiegato e impegnato nella gestione di un’azienda che probabilmente oggi non ha finanza per fare cose incrementali ma solamente di mantenimento (e talvolta nemmeno quelle).

E’ indispensabile innanzitutto riconoscere e prendere atto del momento, della cortina di difficoltà, immobilismo e disagio che è scesa sulle nostre imprese e quindi della paura e della vergogna che molti imprenditori vivono, insieme ai loro manager. Ognuno in azienda, qualunque sia il suo ruolo, vive, nella dimensione quotidiana, nell’ambito delle proprie mansioni, il peso dell’incertezza ed è giusto che questa comunione di sentire sia esplicitata, condivisa e non negata.
La condivisione è il primo passo per sedare l’aura di negatività che avvolge il fare quotidiano del “del doman non v’è certezza”. Trovare il tempo di fermarsi -alla macchinetta del caffè, agli incontri di categoria, ai convegni come quelli di “Risorse Umane e non Umane”- per parlare e confrontarsi con il proprio collega di ufficio, di settore, di regione. Per non essere soli e perché è solo dal confronto che possono nascere le reti virtuose che possono salvarci dalla deriva.
Raccontarsi è porre l’accento sul sé, sulle proprie esperienze, raccontarsi è dire “ci sono anch’io” e quindi uscire dal silenzio. E’ giiusto che ognuno si costruisca il proprio spazio cognitivo di denuncia. Occorre aprire un varco nel muro di gomma che le dinamiche di concorrenza, di corsa alla produzione e alla capitalizzazione, hanno eretto negli ultimi decenni, isolando le “imprese del fare” all’interno della bolla finanziaria.
Attraverso un gioco scultoreo di luci e ombre, il racconto permette di accendere un cono di luce per dichiarare la propria esistenza ed emergere, con la propria unicità, dai dati dei sondaggi, dalle percentuali del PIL e da tutti gli indicatori di performance nazionale che per definizione tendono all’annichilimento dell’individualità.

In questa fase di bassa congiuntura e di crisi dei consumi, qualunque iniziativa volta al rilancio del sistema imprenditoriale è quindi importantissima. Le imprese non devono essere lasciate sole e l’obiettivo della ripartenza e della crescita diventa meno arduo se le aziende riescono a fare rete per innescare insieme la scintilla verso la ripresa.
Anche per questo i convegni di “Risorse Umane e non Umane” rappresentano una buona occasione di aggiornamento: eventi che offrono frammenti di racconto, stimoli e spunti di riflessione. Non risposte e nemmeno ricette, che vanno invece ricercate nella propria individualità, nelle proprie radici e nei percorsi personali: nella storia del nostro paese.

Maggiori informazioni su www.runu.it

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