Contributi

Giovanilismo ‘stupefacente’

di Alessandro Bolzonello 06 maggio 2014

In queste settimane, complice la ripresa di alcune attività all’aria aperta, registro chiaramente che “non è più come prima“: non mi è più consentito fare determinate attività, le stesse che fino a qualche anno fa risultavano immediate, sostenibili. In particolare mi ritrovo a non reggere più determinati ritmi e intensità fisiche. Sono costretto a ridefinire le soglie del consentito. Ed è solo uno degli steps.

Già in passato ho dovuto risintonizzare tali riferimenti, ma attivando forme compensative: garantire i risultati agendo la cosiddetta “esperienza”, cioè la capacità di gestire se stessi al meglio, calibrando gli ambiti di coinvolgimento e le energie profuse, in altre parole compensando la ridotta capacità performante attraverso l’efficiente gestione delle risorse disponibili, anche quelle altrui. Razionalizzare, ottimizzare, attivare sinergie.

Constato altresì lo sconcerto e il fastidio dei più di fronte all’esplicitazione degli effetti del passare del tempo, come se fosse un tabù parlare delle fasi della vita successive alla giovinezza. Anzi, certamente lo è. Il linguaggio ricorrente ha eliminato il concetto di adulto e a qualsiasi età tutti sono appellati come ‘ragazzi': giovanilismo. E ragazzo nella lingua italiana è essere “nell’età dell’adolescenza o della giovinezza”: neppure un trentenne potrebbe definirsi tale, ancor meno un cinquantenne oppure un sessantenne. In quest’ultimo caso diventa un vero e proprio ossimoro, vera e propria negazione dello ‘stato delle cose’.

La realtà è banale: il tempo passa e noi con lui. E allora, perché l’invecchiamento è così deprecabile tale da essere nascosto, edulcorato, negato? Perché il passare del tempo è tabù?

Il terrore è dovuto solo all’avvicinarsi della morte? No.

Siamo venuti in vita, volenti o nolenti, con l’auspicio di risultare contributori della stessa, di mettere il proprio tassello nel tempo e nel luogo che ci è dato di vivere. Nel nostro tempo bloccato, disorientato, anche depresso, che non abilita a guardare avanti fiduciosi, è difficile realizzare il proprio compito di essere umano: la vita rischia di scorrere via invano.

Ecco il terrore di invecchiare, ecco il tener a debita distanza il fare i conti con la vita, con ciò che si è e si fa, ecco il mito dell’eterna giovinezza di cui il giovanilismo funge da sostanza stupefacente.

Il terrore quindi è dover constatare l’eventuale fallimento.

Pubblicato su Invito a …

Foto: ve

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Economista e psicosocioanalista. Si occupa di personale in una azienda informatica. Cultore dell’essere umano e delle sue vicende. Ha avuto la possibilità di aprire naso, occhi ed orecchi di fronte alla vita, ancor più in un contesto, quello attuale, in piena mutazione, con-fusione, dove alla degenerazione si intreccia la rigenerazione, alla barbarie la genialità. Fin dove può, prova a 'tenere dentro' tutto quello che c'è, con la convinzione che l'esistenza di una 'cosa' oppure di un 'fenomeno' non sia mai un caso. Ritiene questa posizione liberante: elimina la categoria dell' 'assurdo', del 'non senso' ed apre al 'possibile', al 'nuovo'.

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