Contributi

Change management? Change your mind. 1 parte

di Davide Storni 07 gennaio 2016

Da “gestire il cambiamento” a “partecipare alla danza del cambiamento”.

Sul tema della gestione del cambiamento si parla da anni. Si dovrebbe ormai sapere tutto, ma se ne continua a parlare. Segno che non si sono ancora trovate tutte le risposte. Per fortuna,sarebbe già cosa immensa avere tutte le domande.

Continuiamo a parlare di cambiamento perché siamo immersi in un flusso di continuo cambiamento e molto spesso la cosa ci angoscia, non riuscendo noi a comprenderlo fino in fondo e ad averne il controllo. Eraclito sosteneva che il cambiamento fosse la sostanza stessa dell’essere; per Eraclito il divenire è la legge immutabile, il logos, perché tutto muta tranne la legge del mutamento.
Se tutto è cambiamento come possiamo pensare di controllarlo o di “gestirlo”? Come possiamo avere la pretesa di governare qualcosa che è prima di noi e sarà dopo di noi e che, soprattutto, avviene anche senza di noi?

Mi pare di poter dire che l’idea stessa di “gestire” il cambiamento sia quanto meno fuorviante.
L’alternativa sono il subire o l’inazione? Il soggiacere al fato? Fra l’idea insensata di dominare il cambiamento e quella di subirlo supinamente vi è una via di mezzo; in qualche modo infatti il cambiamento dipende anche da noi, dalle scelte che facciamo e da quelle che non facciamo. Nel bellissimo film di Frank Capra, La vita è meravigliosa, troviamo un bell’esempio di come le scelte di un individuo possano avere un impatto su molti altri. George Bailey influisce in modo significativo sulla vita di un’intera comunità, senza quasi rendersene conto. Avrebbe voluto fare altro e probabilmente ritiene di non aver scelto la sua vita, ma di essere stato condizionato da una serie di circostanze. Eppure l’aver accettato un ruolo che forse avrebbe preferito evitare, gli ha permesso di fare del bene e di aiutare tutta la propria comunità a non finire nelle grinfie del cattivo di turno, Henry Potter.
Possiamo vedere la vicenda di George da diverse angolazioni; la prima ci mostra una persona che non ha potuto realizzare le proprie ambizioni, potremmo dire che non ha “gestito” il proprio futuro. Diverse circostanze lo hanno portato a sostenere un ruolo di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Lui stesso trae da queste considerazioni motivo di sconforto, tuttavia la sua “non scelta” il suo accettare un ruolo che altri hanno pensato per lui, la gestione della Bailey costruzione e mutui fondata dal padre, ha potuto influire in modo significativo sul flusso del cambiamento della comunità di Bedford Falls. Clarence Oddbody, l’angelo inviatogli per soccorrerlo, gli mostra la realtà come sarebbe stata se lui avesse fatto scelte diverse. L’apparente “non scelta” di George, ha portato in realtà grandi differenze nella vita sua e delle persone con le quali è entrato in relazione. Accettare è comunque una scelta e scegliere significa indirizzare i futuri eventi (anche non scegliere indirizza i futuri eventi, in realtà).
Riassumendo, gestire il futuro è ambizione troppo grande, troppe infatti sono le variabili in gioco, la maggior parte delle quali non è sotto il nostro controllo. Quello che possiamo fare è avere un ruolo attivo partecipando alla danza del cambiamento (1), ovvero mettendo del proprio in sintonia con quanto avviene intorno a noi.
La danza è una bella metafora del cambiamento: vi è un flusso di attività indirizzato dai musicisti e prima ancora da chi li sceglie e commissiona i pezzi da suonare; vi sono dei partner, di cui almeno uno ha una interazione forte con noi; c’è infine la possibilità di influire sul risultato finale, mettendoci maestria e volontà, ma anche una notevole capacità di “leggere” istantaneamente quello che succede intorno a noi, adattandosi al flusso del divenire all’interno del quale siamo immersi. La capacità di leggere i segnali provenienti dal partner e reagire velocemente in modo da indirizzare la coppia verso l’obiettivo voluto è un bellissimo esempio di partecipazione attiva al cambiamento.
Vediamo ora la differenza dei due approcci applicandolo ad una situazione non lavorativa, proiettiamoci in una balera, o se preferite in una elegante sala da ballo.
Approccio 1 al tema danza: organizzo l’evento, procuro dei suonatori, definisco i pezzi da suonare, scelgo i ballerini, li accoppio in modo ottimale dopo attenta selezione, faccio ripetute prove fino ad ottenere una buona capacità esecutiva, quindi do il via all’evento. Difficilmente nella vita aziendale o non ci capiterà una simile situazione favorevole in termini di budget, possibilità di scelta, tempo a disposizione, ma anche in queste fortunate circostanze non potremo governare tutte le variabili in gioco (salute dei ballerini, buon umore dei musicisti, eventi esterni che possono influire o far saltare l’evento, mix di pubblico che parteciperà, ecc). La maggior pare delle volte avremo una serie di limiti e restrizioni che ridurranno la possibilità di scelta e di indirizzamento, aumentando in modo significativo gli elementi che escono dalla nostra sfera di controllo.
In breve possiamo affermare che noi tutti viviamo in una realtà imperfetta e troppo complessa per essere “gestita”, soprattutto con la nostra “razionalità limitata” (2). È proprio per questo che serve l’approccio 2.
Approccio 2 al tema danza: entro, cerco di capire il tono dell’ambiente, ascolto i musicisti per comprenderne pregi e difetti, vedo quanto “traffico” c’è in pista e il livello degli altri ballerini, cerco di comprendere quello che può fare e non fare il mio partner, adatto il mio stile a ambiente, musica e partner per ottenere il massimo nel contesto in cui mi trovo. Valorizzando le capacità del mio partner, aumento la possibilità di divertirmi e far divertire, in questo modo influenzando anche gli altri danzatori e gli stessi musicisti. Ascoltando, cercando di comprendere, adattandomi ho valorizzato me stesso e gli altri e in questo modo ho influito positivamente sulla riuscita dell’evento. Questo vale sia che io sia un partecipante, sia che io abbia il ruolo di “maestro delle danze”, perché il processo “ascolto, vedo, comprendo, partecipo, valorizzo” segue i medesimi passi, sia pure con fine e ampiezza differente.

Passare dall’idea “gestisco il cambiamento” (un po’ egocentrica e presuntuosa) all’idea “partecipo alla danza del cambiamento” (più “umile”, ma anche potente) è il primo passo che ho cercato di fare per migliorare il mio approccio personale e che penso sia importante per chiunque debba affrontare il tema del cambiamento in azienda (e non solo).
A volte basta semplicemente cambiare il proprio punto di vista perché si aprano scenari diversi e si attivino nuove possibilità. Provate semplicemente a sdraiarvi per terra ed osservare dal basso le cose attorno a voi: le piccole cose che solitamente vedete dall’alto vi appariranno in una nuova prospettiva, con molti più dettagli e particolari, l’ambiente vi sembrerà più ampio e ricco di possibilità, un intero nuovo mondo da scoprire.
Oltretutto cambiare il proprio punto di osservazione spesso è l’unica cosa che possiamo fare, quindi perché non provare? Perché non mettersi nelle condizioni di chi, immerso in un flusso di cambiamento che comunque avverrà, si pone in ascolto e cerca di mettersi in sintonia e di contribuire?
I limiti che ci circondano e frustrano le nostre ambizioni sono semplicemente l’indicazione di una diversa via da seguire, aggiungono conoscenze che altrimenti non avremmo. Perché allora non seguire questi indicatori di direzione per sondare altre possibilità che non avevamo previsto?
Gestire il cambiamento è molto arduo, se non impossibile; cambiare il proprio approccio è invece relativamente facile, basta un po’ di voglia di mettersi in discussione, di accettare anche il diverso, l’inaspettato, il sorprendente ed includerli nel proprio panorama.
Proverò nei prossimi articoli a proporre paradossi e provocazioni che permettano di aprire nuove possibilità, di disporre di nuovi punti di vista sul tema, di andare oltre ai blocchi che non ci permettono di vedere altro che le nostre stesse proiezioni mentali (3).
A me questi spunti sono serviti per la realizzazione di progetti di grande soddisfazione e spero possano servire anche ad altre persone che si trovano a dover affrontare il tema del cambiamento in azienda.

note a piè pagina
1. Il concetto di “Danza del cambiamento” è usato sia da Peter Senge a partire dagli anni ’90
2. Bounded rationality is the idea that when individuals make decisions, their rationality limited by the available information, the tractability of the decision problem, the cognitive limitations of their minds, and the time available to make the decision. Decision-makers in this view act as satisficers seeking a satisfactory solution rather than an optimal one. Herbert A. Simon
3. “We collectively reproduce existing patterns of behavior and thought… we see only the mental constructs that we project onto the world.” Otto Scharmer

Autore

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Consulente e facilitatore, lavoro per primarie aziende del settore dei servizi. Socio fondatore di Bloom

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