Contributi

Monete e mercati complementari

di Guido Tassinari 21 Aprile 2012

Con noi non ci sono vincitori: nessuno se ne va col bottino.
E nessuno perde. Se si perde si perde tutti assieme.
Gabriele Littera, Sardex.net

Quando ero piccolo ero una delle persone più ricche del mondo. Passeggiando a Milano dovunque girassi lo sguardo potevo pensare [non lo facevo perché ero piccolo ma avrei potuto farlo] questo è mio questo pure questo pure; era quasi tutto mio: società della luce, del gas, dei telefoni, dell’acqua; strade, autobus, biblioteche, parchi, scuole; ma anche ospedali, banche, uffici, grandi fabbriche, interi quartieri di case. Andavamo a fare la spesa al mercato comunale o dal panettiere o dal salumaio dove avevamo il conto [un conticino perché di soldi-soldi ne avevamo pochi], perciò anche quei mercati e negozi erano un po’ miei; dovevamo riparare qualcosa e la maggior parte delle volte era possibile scambiarsi favori con gli artigiani, quindi pure di quelle attività ero azionista. Uscendo dal città, lo stesso: terreni, acque, animali: tutto mio. Anno dopo anno mi hanno rubato tutto. Adesso girando per Milano [ma è esperienza comune in Italia e in quasi tutto il mondo moderno] a ogni sguardo: questo era mio questo pure era mio questo pure era mio: luce, gas, telefoni, banche, fabbriche, mercati… Ho molti più soldi-soldi di allora e sono incomparabilmente più povero, e non posso che pensare a tutto quello che presto mi verrà sottratto: quello non sarà più mio, quello nemmeno e quello nemmeno, e che quindi in futuro i miei figli [che pure sicuramente avranno più soldi-soldi di me] saranno sempre più poveri.
Durante [all’incirca] l’era moderna sono state costruite imprese, organizzazioni, doti, tecnologie, strutture e infrastrutture [cioè ricchezze] inimmaginabili ai pre-moderni, che nell’ultimo secolo erano state rese perlopiù pubbliche, cioè [anche] mie. Durante [all’incirca] un trentennio [l’era post-moderna, per così dire] una minoranza ha inteso [riuscendoci, perlopiù] accaparrarsi, privatizzare questo tesoro pubblico [il mio tesoro], [all’incirca] così come ai pre-moderni erano state saccheggiate le loro risorse comuni. Durante l’arco di quattro secoli ma soprattutto negli ultimi trent’anni, i mondi sono stati trasformati così in un globo. Abitare un globo significa, primariamente, non poterne fuggire; abitare un mondo lascia aperta la possibilità, la scelta di non farne più parte o di farne parte modificandolo. Che fare per riprenderselo, per riprendersi il mondo, anzi i mondi? Il contrario del globo [da cui non si può fuggire] è la pluralità dei piccoli mondi: il grande mondo fatto da piccoli mondi, che a uno a uno possono venire difesi, riappropriati, messi in comune: il contrario della privatizzazione [del mondo] è, deve quindi essere, la [ri]messa in comune del mondo, di ciascuno mondo. Il contrario della globalizzazione [neo]liberista, cioè predatoria, deve essere la mondialità libertaria, cioè risarcitoria [come la de-colonizzazione tentò di fare per i popoli soggetti al liberismo] verso tutta l’umanità [poiché ogni mondo è un tutto di tutti, non solo, non più quelli dei cosiddetti popoli-vittima]. Per fare ciò, si devono produrre cose belle, intelligenti, etiche. Insieme; nessuno si libera da solo, nessuno libera nessuno, tutti ci liberiamo insieme. L’intelligenza etica fa cose belle in o per il comune; le cose belle fatte da sé e per sé non sono etiche [forse neppure belle] finché non sono messe in comune.
In forme diversissime, sono pensieri che sono [all’incirca] sicuro ci attraversano tutti durante questa nuova Grande Depressione della quale fatichiamo a fare senso e ancora più a immaginare vie d’uscita. Lo so, tutto questo ha un suono messianico [sono cose che mi vergognerei a dire ad alta voce: persino ora che me le sto leggendo ad alta voce, e sono solo, me ne vergogno]. Possiamo però trarre conforto da esperienze di pratiche di uscita dal globo non estreme [cioè non tipo eremiti nella giungla..], ossia dal fatto che c’è chi delle vie d’uscita [cioè di rientrata nel mondo] sta già cercando di aprirle. In particolare creando monete e mercati complementari per rimettere in comune la ricchezza e la capacità produttiva [con ciò lavorando per liberare un piccolo mondo]. Un primo esperimento [in Italia1] è il Sardex, la moneta sarda inventata da quattro giovani sardi emigrati ritornati.

Che tu abbia prodotti o servizi non importa. Ciò che importa è che tu abbia voglia di accrescere il tuo giro d’affari e di presentarti fin da subito come fornitore privilegiato verso centinaia di nuovi potenziali clienti. Migliaia di euro di vendite aggiuntive ti aspettano su Sardex.net, ma ad una condizione: rispendere nel Circuito quanto dal Circuito si è ricevuto.

Si legge così nel portale di Sardex.net, una start up che ha riunito cinquecento aziende in un circuito isolano che utilizza la permuta e una moneta interna, per superare i limiti del credito. La moneta scambiata è il Sardex, per comprare beni come servizi. Non rientrano nelle transazioni solo benzina, farmaci, elettricità, armi. Ogni unità di conto vale un euro. Quando un’azienda entra nel circuito, mette a disposizione beni o servizi e gli viene assegnato un massi­male di spesa. Effettuato un acquisto, l’azienda ha dodici mesi per ripagare vendendo nel circuito i propri beni o servi­zi, e il venditore po­trà utilizzare· i crediti derivanti dalle vendite per le proprie spe­se. Le aziende affiliate pa­gano le tasse e ogni transazione ha tracciabilità on-line. C’è un sito dove le aziende vedono l’estratto conto e possono fare le loro operazioni, c’è un sistema automatico per incrociare domanda e offerta, e un marketplace dedicato dove le aziende possono presentare se stesse e la propria offerta e al contempo trovare quello di cui hanno bisogno; Sardex.net si siede accanto alle imprese, guarda i bilanci, fa un’analisi delle spese cerca di capire la peculiarità dell’offerta, mette in contatto con i possibili fornitori. Fondato sull’istituto della permuta con in più la presenza di un’unità di conto interna al circuito che rende possibile la multilateralità e la multi-temporalità degli scambi, a Sardex.net le aziende si iscrivono pagando una piccola cifra iniziale. Il codice Codice Civile equipara la vendita alla permuta e quindi siamo anche un’arma potente contro l’evasione perché tutte le nostre transazioni per poter essere effettuate devono avere una fattura e una data a cui fare riferimento. Sardex guadagna dal canone annuale e da una piccola percentuale sulle transazioni, attorno al 3,5%. Tuttavia abbiamo notato che la commissione stava diventando, per via dell’acuirsi della crisi, un limite all’operatività delle aziende all’interno del circuito e quindi abbiamo deciso per quest’anno di scontarla del 100%, in cambio della promessa da parte delle aziende di aiutarci a far crescere ulteriormente il circuito.

In un prossimo futuro si aprirà un sistema di scambio tra aziende e utenti con attenzione ai distretti di economia solidale e agli istituti di finanza etica.

Altri esempi di pratiche di reti di piccoli imprenditori e artigiani stanno intanto nascendo anche a Milano, e spero di poterne scrivere presto come ulteriori esperimenti di successo.

Altrove continuano esperienze storiche di successo. Un esempio di comunità che usa sistemi alternativi al denaro a corso forzoso, denaro fiduciario e libero da interessi, è Wörgl, piccola comunità austriaca che, tra le due guerre, in un periodo di forte deflazione a ridosso della crisi del 1929, sposò le teorie dell’economista anarchico tedesco Silvio Gesell e mise in circolazione certificati locali al posto del denaro che, mano a mano che il tempo passava, vedevano ridursi di valore, spingendo tutti a farli circolare. Un altro è Wirbank, erede degli imprenditori svizzeri che nel 1934, a causa della carenza di liquidità causata dalla crisi del 1929, fondarono il Wir, un sistema contabile per tenere conto all’interno di un circuito di imprese aderenti di chi ha crediti o debiti con chi e fungere da stanza di compensazione. Oggi a distanza di oltre 70 anni sono più di 75000 le imprese aderenti che richiedono o eseguono prestazioni utilizzando il Wir.

 

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Ho quarantatré anni e ho fatto tanti mestieri, a Milano e in giro per il mondo: camionista, imbianchino, strillone, bambinaio, clown, venditore di cinture, osservatore Onu, esperto di aiuti umanitari, valutatore di politiche pubbliche, aperto una scuola di italiano per stranieri poveri e una di cucina per americani ricchi, scritto libri.

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