Contributi

Lo spread valoriale e il malessere psico-organizzativo

di Antonio Santese 29 Dicembre 2012

La persistente crisi non è -solo- economica ma -in primis- sociale. E’ una crisi di valori che viene da lontano e che ci si ostina a non inquadrare nella sua interezza, limitandosi a sterili analisi tecnico-finanziarie, che palesano gli economisti come burbanzosi dilettanti allo sbaraglio, riconducibili ai sismologi, che tuttavia, più umilmente, ammettono che una determinata zona viene classificata “a rischio sismico” …solo dopo un terremoto!
Il vero spread è valoriale, frutto di un sostrato capitalistico immaturo e talvolta “di rapina” che in genere presenta imprenditori ricchi e imprese povere, e lavoratori di conseguenza sempre più precari, oltre che flessibili (quando non invisibili).
Lo sviluppo economico del nostro Paese non è stato accompagnato dalla consapevolezza della responsabilità sociale e la filosofia di vita basata sul profitto facile ha ormai modificato i parametri morali delle persone e quindi i comportamenti quotidiani.
Se alla precarietà sistemica aggiungiamo la meritocrazia “mediterranea” che ha prodotto le situazioni aberranti e le rendite parassitarie che sono sotto gli occhi di tutti, e ha contribuito alla formazione di un debito pubblico immenso, il quadro è completo e desolante: c’è chi ha parlato di “peggiocrazia” per fotografare la situazione…
Un po’ alla volta, si sta accettando che l’ambiente è cambiato e che non sarà più lo stesso: nel nuovo mondo dell’incertezza, e direi della decadenza, le sfide sono anzitutto psicologiche, e mettono a dura prova le persone. Tutte le aziende, a prescindere dal settore in cui operano e dal loro stato di salute, sono microcosmi nella via lattea dello stesso disvalore, ed esprimono livelli di stress da crisi: immanente, riflessa o prospettica.
Lo stress, sappiamo, è un’inabilità a gestire una minaccia percepita al nostro equilibrio psico-fisico, e si manifesta attraverso una gamma ampia di risposte e di strategie di adattamento; si parla di percezione perché è questa, più che la realtà della minaccia, a farci sentire in difficoltà.
L’interpretazione soggettiva di una situazione stressante è influenzata da elementi interni ed esterni: nell’azienda in cui si presta la propria opera, osservando la crescente attenzione ai costi, la riduzione del personale o la cessione di rami d’azienda, emergeranno reazioni più o meno forti allo stress in base a fattori come l’autostima professionale, le relazioni interne, il rapporto col responsabile diretto, la comunicazione interna, etc..
Un aspetto tipico dello stress è che le persone reagiscono diversamente nella stessa situazione, in funzione della loro esperienza e formazione. Per comprendere e gestire lo stress con cui è necessario confrontarsi oggi è richiesto un buon livello di resilienza: la capacità di affrontare le avversità della vita, di superarle e di uscirne rafforzati. Insomma, la capacità di rialzarsi.
In molti reagiscono in modo distruttivo: con disperazione, depressione e passività, tipiche patologie acute e croniche da stress negativo; ed anche con aggressività.
Di recente è stato “sintetizzato” un nuovo disturbo neurologico collegato al lavoro, denominato ADT (Attention Deficit Trait). i cui sintomi sono: ansia, crolli di concentrazione, incapacità di definire priorità e di ascoltare, essere preda dell’emotività nel prendere anche le decisioni più semplici.
Tutela la propria salute chi sviluppa la capacità di lavorare con entusiasmo e passione anche in ambienti difficili, ma sa poi mettere la giusta distanza -che non è cinico distacco – tra sé e il proprio lavoro, dedicando un po’ di energia alla vita privata. La tendenza a rimanere sempre “collegati” è correlata con lo sviluppo di patologie, e i manuali antistress consigliano di “mettere dei paletti”, di non lasciarsi invadere. Se vogliamo restare in salute è importante essere coinvolti nel lavoro, ma è indispensabile avere la capacità di chiudere a fine giornata non solo la porta del nostro ufficio (e il blackberry con posta elettronica al seguito; …lo chiamavano benefit, cioè “beneficio”?!), ma anche, e soprattutto, i pensieri sui problemi irrisolti.
Da tempo sociologi e psicologi del lavoro evidenziano che l’overtime distrugge non solo la creatività ma anche la vita familiare e la crescita personale del lavoratore.
La motivazione nel lavoro è in calo perché la crisi ha logorato i livelli nobili dell’energia che ci spinge ad agire nel quotidiano, riportandoci coi piedi per terra, alle esigenze primarie. La mancanza di uno scopo ulteriore, relazioni professionali insoddisfacenti, assenza di attività sfidanti e poca scorta di resilienza necessaria a trasformare gli ostacoli in opportunità ci possono portare nelle sabbie mobili.
E allora diventa opportuno occuparci di noi stessi: leggere buoni libri, imparare o riprendere a suonare, tornare a studiare la storia o la storia dell’arte con spirito diverso rispetto ai tempi della scuola, avvicinarsi allo yoga e alla meditazione, creare un’associazione per condividere interessi comuni, praticare attività sportive, imparare una o più lingue straniere, dedicare qualche ora al volontariato e così via, finché c’è passione e creatività.
Ma possono esistere “beni-rifugio” anche all’interno dell’ambiente di lavoro. Sentirsi parte di un’azienda “di territorio”, con modello di servizio e impostazione gestionale radicalmente diversa rispetto alle grandi entità nazionali o multinazionali (spersonalizzate e spersonalizzanti) è un valore in sé, a patto che la territorialità non si traduca in logiche da quartierino. Percepire direttamente la funzione sociale dell’impresa è una tutela reale e un fattore motivante per tutte le persone che ci lavorano, che ne rappresentano il motore e l’anima.
Un altro bene-rifugio interno è rappresentato dalla qualità delle relazioni umane, che si coltiva e si alimenta quotidianamente con la credibilità personale, sia verso i clienti sia verso i colleghi, e resta l’unico presupposto della fiducia, e quindi delle corrette pratiche commerciali e collaborative.
Alla base di tutto, resta la fiducia e l’automotivazione; per reagire a questo momento di logorante incertezza sta a noi coltivare o ristabilire l’equilibrio attraverso l’approccio socratico alla pressante complessità e la passione per la conoscenza in tutte le sue sfumature, investendo sulle relazioni di qualità, perseguendo in modo ostinato un’autentica ecologia di pensiero e ancorandosi alla dignitosa cifra esistenziale della responsabilità.

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