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La donna non vale solo per il proprio corpo e l’uomo non è solo un giocatore d’azzardo. Ovvero dove sta il talento

di Francesco Varanini 01 Marzo 2013

Attraverso un viaggio nell’etimo, nella storia della parola, vorrei proporre una riflessione sul concetto di ‘talento’, sottolineando tre punti di attenzione.
Il primo è che non esistono ‘talenti’ intesi come entità astratte. Esistono ‘persone dotate di talenti’
Il secondo è questo: ognuno di noi ha più talenti, per lo più ‘sotterrati’, talenti per lo più negati a noi stessi, a causa di un eccesso di umiltà, a causa della pigrizia, della scarsa attenzione che noi stessi vi dedichiamo, a causa del disinteresse degli altri.
Il terzo punto completa e precisa il secondo: se ci concentriamo su un solo talento finiamo per guardare al talento più facilmente visibile, più superficialmente evidente. Quasi mai è il più ricco e il più importante.
Greco tàlanton: inclinazione del piatto della bilancia per effetto di un peso. Il peso è d’oro o d’argento. L’unità di misura esprime il valore di ciò che sta sull’altro piatti. Di qui il latino talentum: piatto della ‘bilancia’, ‘peso’, ‘somma di denaro’.
La metafora sta alla base della parabola evangelica. Un uomo, “partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì” . Si sa come andò a finire: al ritorno del padrone, chi aveva avuto in consegna cinque talenti, ne aveva guadagnati altrettanti. E così chi ne aveva avuti due. Chi invece ne aveva avuto uno, per paura l’aveva nascosto sottoterra – e incorrerà per questo nelle ire del padrone. (Matteo, 25, 15-30).
Nel Medio Evo il talentum è sopratutto ‘desiderio’, ‘volontà’. Un secondo senso, ‘attitudine naturale o acquisita’, si manifesta sporadicamente in Italia e Francia, fino ad affermarsi durante il Rinascimento.
Resta comunque una parola strana, ambigua, tanto che Galileo, considerandola compromessa da un rinvio alla magia e all’animismo, si rifiutava di usarla, sostituendola con altra parola, in apparenza di senso lontanissimo: momento. Ma guardiamo bene: mentre il talento è alla fin fine astrazione indimostrabile -dipende dallo strumento di misura, dalla metrica di rilevazione adottata-, il momento (contrazione di movimentum) è privo di vaghezza: è capacità, valore che si manifesta qui ed ora.
Arriviamo così al punto chiave: il talento è capacità’, attitudine, valore, desiderio, volontà della persona. Ma nessuno, in nessuna lingua, fino ad anni recenti, si sogna nemmeno di definire un talento la persona.
L’Oxford English Dictionary (1933) si limita ad accennare: “rarely, as a singular, a person of talent”. Ma quando poi si tratta di dirci quali persone possano essere definite talenti, il lessicografo non riesce a portarci che due meschini esempi: lo scommettitore sull’ippica più clever; la donna “judged according to attractiveness and sexual promise”.
Si deve arrivare alla letteratura manageriale per vedere il talento inteso non più come originale attributo della persona, ma invece come speciale classe di persone.
Purtroppo, infatti, vediamo selezionati come talenti persone che hanno compiuto i percorsi di studi più rispondenti allo standard; le persone che di sé mostrano solo le abilità e le capacità previste da un qualche modello.
A ben guardare, queste persone -per timore, o per comodità, come uno dei servi di quel padrone- hanno sotterrato la propria diversità, i propri distintivi, originali talenti.

(Salvo lievi rimaneggiamenti, il testo è tratto da Francesco Varanini, Nuove parole del manager. 113 voci per capire l’azienda, Guerini e Associati, 2012).

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