Contributi

Cos’è la fiducia

di Simonetta Pugnaghi 12 Maggio 2013

Ieri ho messo la nota seguente a commento del contributo di Francesco Varanini sulla fiducia, apparso sulla pagina Bloom di Facebook. Francesco mi ha invitato a ripubblicare qui il mio breve scritto, molto volentieri provvedo. Mi pare un tema importante, nella nostra vita privata e lavorativa, altrettanto che per il paese.

In questi giorni sto radunando spunti e concetti sul tema della fiducia.

Un paio di amiche alle prese con storie d’amore tormentate, due soci che stanno decidendo di dividersi perché la fiducia reciproca è venuta a mancare, responsabili che non si fidano dei collaboratori perché scottati da qualche comportamento negativo, insomma in questi giorni è un tema che esce spesso. Un paio d’anni fa sono stata ad una lezione magistrale di Salvatore Natoli su questo argomento, sto leggendo il libro di Michela Marzano Avere fiducia[1] che riporta e sistematizza diversi aspetti sull’argomento, sto partecipando al corso Counseling di gruppo e teamcoaching dove una lezione è stata dedicata a questo, etc. etc.. Quanto segue è la mia personale rielaborazione di tutto ciò, a oggi.

Da piccolissimi impariamo una fiducia che corrisponde ad un abbandono totale, siamo completamente dipendenti e non possiamo fare altro che confidare ciecamente che qualcuno ci amerà e si prenderà cura di noi. Tracce di questa fiducia totale iniziale, e di quello che ne facciamo crescendo, resteranno per sempre dentro di noi.

Un bambino molto piccolo impara a non perdere fiducia quando gli adulti se ne vanno, la mamma se ne va, ma poi torna. Impara che l’affidabilità degli adulti non è proprio totale, e che fidarsi significa appunto confidare che poi la mamma ritornerà, e quindi non preoccuparsi troppo durante la sua assenza. Quello che scrivo è un drastico riassunto, ovviamente la questione meriterebbe ben altro, ma in sostanza è quello che accade.

Se la fiducia cieca del bambino non viene tradita, o se invece è proprio questo che accade, e non una volta ma tante, questo determinerà in gran parte il comportamento, il pensiero e l’emozione dell’adulto su questo tema, se ci fidiamo o no degli altri ha le sue radici nell’infanzia e nel primo rapporto di fiducia della nostra vita.

Fiducia significa dar credito a qualcuno. La parola credito contiene la radice credere, come la parola fiducia deriva da fides, fede, e richiama anche foedus, patto.

Se mi fido di qualcuno significa che non pretendo un contratto, che non potrò impugnare una norma, far ricorso a una autorità o a un giudice. Mi fido, dunque scommetto. Sapendo che potrei anche essere tradito. E qui c’è una differenza tra un bambino ed un adulto che ha un buon equilibrio sulla questione fiducia, perché come dirò tra poco, qualcuno di noi pur anagraficamente adulto sulla questione si comporta, pensa e sente ancora da bambino.

Se sono adulto e ho un buon equilibrio su questo tema, so che fidarsi significa scommettere. Però una scommessa non proprio alla cieca. Mi fido se conosco almeno un po’ la persona, se non la conosco cerco di approfondire l’impressione che ne ho, e comunque mi fido relativamente, sospendo per un po’ il giudizio. Se sono adulto tengo presente la differenza tra fiducia e ingenuità, e non mi butto in un cieco abbandono così, per una sorta di feeling positivo. Aspetto un attimo. C’è un collegamento diretto tra il tema della fiducia e quello dell’autonomia. Se abbiamo sufficiente autonomia, se sappiamo stare sulle nostre gambe, possiamo dare fiducia, in maniera equilibrata. Fidarsi significa in qualche modo rendersi dipendenti dall’altro e vulnerabili, ma se siamo sufficientemente autonomi non diventiamo troppo dipendenti, o simbiotici.

Ho detto sospendo il giudizio, che non significa a priori non mi fido, non mi fido di nessuno, sono sospettoso, perché in passato sono stato tradito. Questo è troppo dall’altra parte e significa attribuire a quella persona le caratteristiche di coloro che nel passato mi hanno deluso, ma non è reale, non si tratta dello stesso uomo o della stessa donna. Se dico, poiché un dipendente mi ha tradito in passato non mi fiderò più di nessun dipendente, è un po’ troppo. Posso imparare a essere meno ingenuo senza azzerare completamente la mia possibilità di fidarmi. Lo stesso vale in ogni relazione, con i compagni, i figli, i genitori, gli amici e i colleghi.

Se sono adulto e ho un buon equilibrio posso anche accettare i limiti delle persone a cui ho dato fiducia. Le persone non sono mai completamente affidabili, non lo sono su tutto, non lo sono sempre. Sta a me decidere se le delusioni che mi danno sono accettabili o no, ma se per fidarmi pretendo il 100% di affidabilità verrò inevitabilmente deluso. Sempre per fare un esempio sul lavoro, se un capo pretende che un dipendente non sbagli mai, non si fiderà mai fino in fondo nemmeno delle persone capaci e brave, che pur essendo capaci e brave comunque sbagliano. La differenza è semmai su cosa sbagliano, per quali ragioni, come rimediano, se si rendono responsabili o fanno lo scaricabarile, insomma è una cosa più elaborata, più adulta appunto.

Allora, per riassumere al massimo: da bambini partiamo con la fiducia totale, il completo affidamento agli altri. Nel corso della vita evolviamo: se ciò avviene in modo equilibrato impariamo a non essere ingenui, a sospendere il giudizio, ad accettare i limiti degli altri, e comunque a fidarci. Se ciò non avviene in modo equilibrato possiamo continuare ad abbandonarci ciecamente agli altri, e prenderemo sonore legnate, oppure possiamo essere fondamentalmente sospettosi, non fidarci veramente di nessuno, e vivremo male.

Sì. Perché se gli svantaggi dell’ingenuità sono abbastanza evidenti, quelli della sospettosità lo sono meno, ma sono altrettanto devastanti delle relazioni e del benessere personale. Quando viviamo nella sfiducia e nel sospetto non stiamo bene, il dubbio ci tormenta e comunque non possiamo più provare le belle sensazioni che la fiducia ci permette: solidarietà, appoggio, comunanza, amore. Quando ci fidiamo stiamo bene, perchè in qualche modo riviviamo quel primo rapporto importante, basta imparare a non esagerare.

Vorrei accennare adesso al tema delle “prove”. Quando qualcuno teme di essere tradito, ma non è sicuro, ne cerca le prove. In tante situazioni, le persone si confrontano con me su questo, perché sono il loro consulente, il loro counselor, o un’amica che ascolta. E mi portano le “prove”.

Bene, a volte ci sono evidenze vere e proprie, dati di fatto che dimostrano che qualcuno si è approfittato della nostra fiducia, e quindi occorre prendere una decisione, prendere provvedimenti. Anche decidere per ora non faccio nulla è una decisione, comunque significa che ho preso atto della realtà, questo vale soprattutto per chi tenderebbe a ignorare più o meno inavvertitamente le evidenze per non affrontare la situazione. Apri gli occhi, guarda i dati di fatto, e poi decidi, possibilmente non d’impulso. Pensaci almeno un po’, lascia decantare almeno un po’.

A volte non ci sono evidenze vere e proprie, ci sono sospetti, ci sono indizi, ma non sono incontrovertibili, potrebbero indicare che qualcuno ci sta tradendo, ma non è certo. E qui parte qualcosa che tende, accenna, alla paranoia. Parte una serie di ipotesi, elucubrazioni, tomenti, che le persone mi riportano, e che sono frutto appunto di questa incertezza, potrebbe essere ma non è certo. Ecco, questo non mi pare molto costruttivo. Distinguere reale da ipotetico, certo da possibile mi pare un passaggio importante. Anche qui poi occorre decidere e possibilmente non d’impulso. Ma sapendo che la decisione è basata su probabilità, non su dati di fatto.

Infine, molti affermano che per avere fiducia negli altri occorre avere fiducia in se stessi. Sono d’accordo, in sostanza corrisponde a non essere troppo dipendenti e ingenui, stare innanzitutto in piedi da soli.

Però credo che per fidarsi degli altri sia altrettanto o forse più importante meritarsi la fiducia degli altri. Quando i nostri comportamenti, pensieri e sentimenti sono tali che ci accreditano verso le persone che incontriamo o con cui stiamo, meritiamo fiducia. Di solito sono comportamenti di sufficiente coerenza, comportamenti etici, autentici. Ad esempio, manteniamo la parola data, non parliamo alle spalle, non diciamo bugie, facciamo in gran parte quello che diciamo agli altri di fare, ci esprimiamo senza falsità e senza affettazione, non millantiamo, cose di questo genere. Quando siamo così meritiamo fiducia. E questo ci aiuta a fidarci degli altri, perché interrompe quel circolo vizioso che gira all’incirca così: io non mi comporto in modo da meritare stima e fiducia, cerco di nascondere quello che faccio, cerco di mostrarmi meglio di quello che sono, … dunque gli altri faranno altrettanto.

È il primo articolo della legge scout: la Guida e lo Scout pongono il loro onore nel meritare fiducia. Ed è un grande indirizzo per la vita.


[1] Michela Marzano, Avere Fiducia. Perché è necessario credere negli altri,  Mondadori, 2012

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Lavoro da venticinque anni nel settore organizzazione e risorse umane, sono consulente, formatore e counselor. Il mio interesse per le persone viene da più lontano, è maturato nella adolescenza e nel periodo universitario, prima facendo parte degli scout e poi come capo scout.

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