Contributi

Sono un fuoriclasse

di Francesco Varanini 14 Marzo 2014

Scrivo a un amico che sta al vertice di un’organizzazione nella quale ricopro un ruolo. Chiedo di poter vedere certi dati che mi servono per svolgere il mio lavoro. Sempre via e-mail, giunge sollecita la risposta. I dati verranno messi a disposizione quando l’amico lo riterrà opportuno. Segue il commento: mi si prega di evitare “giocate da fuoriclasse che anche se belle a vedersi potrebbero risultare scarsamente efficaci al benessere collettivo”. Credo di comprendere il timore del mio amico. Ma credo anche il timore sia ingiustificato, e che anzi le giocate da fuoriclasse, anziché evitate, dovrebbero essere cercate e sostenute. Ognuno di noi è differente, ognuno di noi si scosta dalle norme. In questo scostamento sta la nostra ricchezza. Le stesse parole del Vangelo ci chiamano a non lasciare sotterrata questa ricchezza: i talenti.

Quindi io, come ogni altra persona, posso e debbo considerarmi un fuoriclasse, a prescindere dal giudizio di chiunque. E debbo cercare giocate ‘belle a vedersi’, perché la bellezza non è mai inefficace –e anzi, lavorare è, in fondo, cercare la bellezza−. Tutto questo riguarda la mia autostima, il primo patrimonio di cui ognuno di noi dispone; patrimonio che ognuno di noi ha, di fronte a se stesso, il dovere di difendere.

Qual è il limite? Dove nasce l’organizzazione? Dove nasce la squadra coesa e vincente? Il punto chiave è il seguente: io, fuoriclasse, debbo riconoscere che ogni altra persona con cui ho a che fare, ogni persona con cui lavoro è un fuoriclasse. Devo quindi concedere a ognuno lo spazio per ‘giocate da fuoriclasse’; e devo anche stimolare tutti coloro con i quali interagisco a tirar fuori queste giocate.

L’essere un consapevole fuoriclasse può ben essere temperato dal rispetto per gli altri, e dalla convinzione che nessuno vince da solo. E certo, il fuoriclasse dovrà essere disposto a rimboccarsi le maniche, a partecipare al lavoro collettivo. Ma guardiamo alla situazione in cui ci troviamo. Le nostre organizzazioni, il nostro Paese si trovano in condizioni difficili non certo per via di giocate da fuoriclasse, ma al contrario perché troppo spesso ognuno si limita ad agire ‘in funzione di specifiche richieste inoltrate dall’organo competente’. Così si ammazza lo spirito imprenditoriale e si distrugge la motivazione. Così si muore. Così muore il nostro Paese. Ogni richiamo all’ordine è una perdita secca di valore. Usciremo da queste secche solo se ci sveglieremo, allontanando da noi la narcosi burocratica. Solo se recupereremo la curiosità e l’interesse per quello che accade attorno a noi. Solo se agiremo −tutti, ognuno a suo modo− da fuoriclasse.

Giustifichiamo spesso gli scarsi risultati con la carenza di persone adeguate. Ma è un vano alibi: dobbiamo lavorare con le persone che ci sono. Si richiama all’ordine perché si guarda a un piano preconfezionato, difensivo, definito a prescindere dalle persone con cui lavo- riamo. Ma nessun piano può realizzarsi prescindendo dalle persone, e dalla capacità di valorizzare i talenti che ci sono. Un piano è efficace se fa leva sulle giocate da fuoriclasse di cui siamo capaci. Deprimere e demotivare le persone con cui lavoriamo, pregandole di non usare i propri talenti è l’errore più grave.

Proprio di questo ha bisogno il nostro Paese in questo momento: di giocate da fuoriclasse. Di questo ha bisogno ogni impresa, ogni organizzazione.

Il Ritorno al lavoro e all’impresa −il tema di cui parliamo quest’anno negli incontri del ciclo Risorse Umane & non Umane− consiste nel cercare le radici di una ripartenza nella forza, nella convinzione personale di ognuno di noi. Dobbiamo uscire dalla depressione, dobbiamo ricordare a noi stessi che siamo un paese di fuoriclasse.

Proprio questo credo dovrebbe essere il centro d’attenzione di chi si occupa di formazione. Coltivare l’autostima di ogni persona. Sostenere la personale convinzione di ognuno, in modo che ognuno possa dire a se stesso: ‘sono un fuoriclasse’.

Sentirsi fuoriclasse è disporre di quel di più che serve per trovare spazio in un mercato del lavoro difficile. Lo ‘spirito del fuoriclasse’ è ciò che muove i piccoli imprenditori italiani, e li rendono capaci di competere nonostante tutto sullo scenario globale. Dovremmo imparare da loro.

Persone & Conoscenze celebra in questi mesi dieci anni di vita. La frase che da dieci anni campeggia sotto la testata −‘la rivista di chi investe su se stesso’− è un richiamo a quest’impegno: ognuno di noi è chiamato a valorizzare i talenti di cui è dotato. Il direttore del personale, e in genere chi lavora nell’area delle risorse umane, è chiamato a sostenere le persone intente a lavorare su di sé.

Questo testo è l’Editoriale del numero 94, aprile 2014, di Persone & Conoscenze.

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