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APPROCCIO MINIMALISTA EVIDENTEMENTE PERDENTE

di Simonetta Pugnaghi 25 Giugno 2014

   Calciatori andate a lezione dai manager (e dai consulenti aziendali …)

Se devi dare l’esame della vita e ti prepari puntando a un 18. Se vuoi conquistare la donna della tua vita e ti presenti con un bouquet di fiori di plastica. Se devi portare a casa la commessa che ti salverà il budget dell’anno e ci vai con una offerta fatta su alla bell’e meglio e poco convinto. Se l’approccio è minimizzare … è probabile perdere. Molto probabile.

Da italiana totale e non più giovanissima, di partite di calcio ne ho viste un bel po’, in particolare della nazionale. Quindi mi sento altroché titolata a dire la mia, e mi unisco al coro.

Scendere in campo per lo zero a zero è un approccio perdente, se serviva l’ennesima conferma l’abbiamo avuta. Perdente per lo spirito, per il morale, per il rischio, per lo schema, per …. Non ci vuole un genio per capirlo, e l’han capito anche gli avversari, che non mi parevano geni. Né gentlemen.

Ieri sera abbiamo avuto l’ennesima conferma del rapporto labile tra denaro e motivazione, della fragilità emotiva e dell’incapacità di lottare dei nostri viziati calciatori. Dell’importanza della grinta. Di quanto conta l’autostima, quella vera. Di quanto conta la squadra più dei singoli. Della leadership, che non coincide con il ruolo, né con l’esibizione di tatuaggi, ma fa la differenza.

Il compito della nazionale di calcio potrà sembrare anche effimero, per cui possiamo riderci su e passare oltre. Effimero ma non inesistente. Il loro compito mi pare è quello di ispirare, di aprire la porta ai sogni, all’orgoglio. Quel manipolo di persone in braghette serve a farci identificare, grandi e piccoli, uomini e donne, in una idea di italiano prestante e combattivo, e almeno un po’ vincente. Servono a riscattarci dallo stereotipo nazional popolare di approssimativi che sopravvivono a forza di espedienti. Loro sono lì per dimostrare che non sono santi, non sono poeti e al massimo navigano in internet, ma sono italiani e hanno un che di eroico, di coraggioso, di super. E se si presentano come spompate mezze calzette pavide a tutto il paese davanti ai teleschermi, vengono meno al loro compito fondamentale. Alla loro mission, per dirla in gergo.

Per anni imprenditori e manager sono andati a lezione dai più famosi allenatori che spiegavano come si fa squadra, come motivare verso l’obiettivo, riprendersi dalle sconfitte,  eccetera. Per la verità, alcuni di loro, gli allenatori docenti dico, hanno anche fatto belle lezioni, bello starli a sentire. Ecco adesso, possono venire loro a lezione dai manager e dagli imprenditori, mi pare. E dai consulenti. Dopo tutti questi anni di crisi, risorse limitate e credit crunch, burrasche nel mercato e concorrenza acerrima, ristrutturazioni, scioperi e gente sui tetti, acquisizioni fusioni e demolizioni, fallimenti, corruzione, leggefornero e decreti salvaitalia, taglia qui e taglia là, nelle imprese abbiamo imparato qualcosa su cosa sono l’impegno, il sacrificio, la motivazione e il coraggio. E noi possiamo imparare qualcosa dalla sconfitta brasiliana, dimostrazione lapalissiana da riportarci in azienda.

E poi, la classe non è acqua, la palla è rotonda, e  la colpa è dell’arbitro, vabbè.

 

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Lavoro da venticinque anni nel settore organizzazione e risorse umane, sono consulente, formatore e counselor. Il mio interesse per le persone viene da più lontano, è maturato nella adolescenza e nel periodo universitario, prima facendo parte degli scout e poi come capo scout.

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