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L’uso politico della paura e la carenza di strategie

di Francesco Varanini 15 Marzo 2020

Uomini politici e medici, calciatori e influencer, e i giornalisti buoni come sempre ad accodarsi, non fanno altro che dire “state a casa”. E ogni volta subito, appena adottata una misura, si alza un politico o un medico a dire: non basta, servono politiche più dure: “Dovete stare a casa, dovete temere che il contagio si manifesti per le vie più impensabili”; “Giovani: non mettete a repentaglio la vita dei vostri nonni”; “Anziani: sentitevi deboli, a rischio, bisognosi di ulteriori protezioni”.

E poi così, la sera, dopo una giornata passata rinserrati, magari anche entro le mura domestiche protetti da una mascherina, si finisce per ascoltare volentieri le parole del Presidente del Consiglio che paternamente ci elogia e ci consola: siete stati bravi, continuate a restare a casa, mi assumo io ogni responsabilità.

Vivo a Milano, appartengo alla fascia di età considerata a rischio. In questi giorni esco di casa per questioni di lavoro. E, non lo nascondo, che uscire di casa fa sentire vivi.

Non temete, pongo la massima cura nel tenermi alla dovuta distanza da chiunque, e a sternutire e tossire – se mai mi capitasse – nell’ incavo del gomito. Ma sembra che questi medici così esperti di statistica, di demografia, di istologia e di ogni specializzato e parziale intervento sul corpo umano, inteso come macchina, e in ogni caso di applicazione di protocolli, si siano dimenticati che noi esseri umani abbiamo una psiche e una intima relazione con noi stessi, che è la prima fonte di guarigione, in ogni situazione, compreso l’attacco da parte di un virus.

La speculazione politica della paura
La paura è un virus peggiore del coronavirus. Forse medici, politici ed esperti vari si sono dimenticati che la paura, la tremebonda sudditanza, la passiva richiesta di sicurezza deprimono la capacità di difendersi e di reagire.

Una parte politica, attualmente all’opposizione a livello nazionale e al Governo in importanti regioni, ha preso a speculare sulla paura. Ha chiesto quindi drastiche misure. E sempre più drastiche ne chiede. L’Esecutivo è stato al gioco. Se poi si sostiene che tutto va bene perché i cittadini approvano in modo quasi plebiscitario le misure draconiane, non è detto che sia un buona notizia. Un popolo che chiede – e grato accoglie – regole dure imposte dall’alto e misure autoritarie, non è il migliore dei popoli possibili. Un popolo che vive nella paura e che chiede sicurezza non è il migliore dei popoli possibili.

Noi italiani non siamo così – siamo creativi, siamo imprenditori, sappiamo inventarci soluzioni – ma forse stiamo davvero diventando un popolo che attende protezione. Un popolo che recrimina e che si autogiustifica attribuendo le proprie colpe a nemici esterni. C’è da sperare che l’uscita da questa crisi sia occasione di ripensamento e di scelte costruttive da parte di tutti: governanti, tecnici e cittadini. Stare sotto tutela, tenuti nella bambagia, non fa di noi dei buoni cittadini. Ciò che servirà è investire sul coraggio, non sulla paura.

Comodo dire ‘tutti in casa’
Un buon esempio potrebbero darlo, da subito, governanti nazionali e locali, medici ed esperti vari comunicando in modo più coraggioso. Un primo punto sul quale si potrebbe parlar chiaro è il motivo per cui si sono adottate le drastiche misure per cui “tutti a casa” e “tutto chiuso”.

Ora, una cosa è combattere in modo efficace un contagio. Un’altra cosa è fare i conti con la carenza di risorse tecniche: posti letto e macchine per terapia intensiva. Alle rare domande dei giornalisti sull’argomento, ipocritamente si risponde: “Le due cose sono legate”. Certo, ogni cosa è legata a ogni altra. Ma così si elude una vera risposta.

Dobbiamo ancora capire se gli investimenti di cui si parla servono a necessarie risposte immediate o se si tratta di risposte strutturali. Si comprano attrezzature, si assume personale medico e paramedico. Ma si tratta di personale assunto a tempo indeterminato?

Piace dire che il nostro sistema sanitario è all’avanguardia nel mondo, ma in concreto disponiamo oggi in Italia di un quarto delle postazioni di terapia intensiva di cui dispone la Germania. Se qualcuno deve dirci che è per questo che nell’immediato dobbiamo stare a casa e deprimere la nostra economia, che ce lo dica chiaro. Varrebbe anche la pena di dire chiaro se si intende investire per ridurre questo divario. Sempre ricordando ai cittadini che a un investimento corrisponde necessariamente un prelievo fiscale.

Spiacevoli confronti
Altro argomento sul quale manca chiarezza è la differente gestione della crisi nei diversi Paesi.

Se la statistica e l’epidemiologia non sono un’opinione, è impossibile che – nonostante quel che dicono i dati disponibili – la situazione in Italia sia tanto più grave della situazione francese, tedesca, spagnola.

Ci sono solidi motivi per ritenere che nel nostro Paese la coltivazione della paura abbia spinto non solo a tenere largo il numero delle persone assoggettate a test, ma che abbia anche finito per dettare le regole della raccolta e della classificazione dei dati. Scelte differenti sono state adottate negli altri Paesi in merito a quali e quanti persone sottoporre a test. E ci sono motivi per ritenere che criteri diversi siano stati adottati anche nel classificare i deceduti. Il coronavirus, infatti, in molti casi non è che una delle concause del decesso.

Può anche darsi che in Francia – con una buona dose di criticabile cinismo – si sia tardato nel prendere misure più severe a causa delle imminenti elezioni amministrative. Ma sta di fatto che nei diversi Paesi sono state adottate strategie diverse.

La nostra strategia ha certo i suoi pregi. Ma le scelte diverse di altri Paesi mostrano che non è l’unica possibile. Ogni strategia ha pro e contro. Tra gli aspetti negativi della nostra è certo il fatto che le misure adottate graveranno sulla nostra economia negli anni a venire, ma non solo: stiamo accumulando giorno dopo giorno un nuovo svantaggio competitivo rispetto agli altri Stati europei.

Del resto, non sembrano esserci sufficienti evidenze per dire con sicurezza che più sono dure le misure che adottiamo oggi, prima ne usciremo. Né è sicuro, come molti da noi sostengono, che avendo adottato noi misure drastiche, gli altri Paesi debbano ripercorrere la stessa strada, passando attraverso il “tutti a casa”. Nessun Paese europeo uscirà dalla crisi da solo. I virus ignorano i confini: dovremo alla fine attendere che l’Europa intera esca dall’emergenza. Abbiamo mancato nel non riuscire a prendere per tempo decisioni comuni. Ma anche a questo punto vale la pena di cercare un maggior coordinamento.

Azioni subottimali e compresenti: il lavoro non è subordinato alla salute
Un ulteriore, delicato argomento sul quale manca chiarezza ha trovato sintesi in una affermazione del nostro capo del Governo: il diritto alla salute viene prima di ogni altro. Ovviamente in questi giorni siamo tutti portati a essere d’accordo. Ma non sembra essere questa la posizione più saggia e conveniente. Ci sono interessi che vanno comunque contemperati e che non meritano di essere subordinati l’uno all’altro.

Il diritto al lavoro, ed il connesso diritto a svolgere attività economica – senza economia non c’è lavoro, senza lavoro non c’è economia – meritano di essere garantiti allo stesso tempo del diritto alla salute. Ora siamo in emergenza sul fronte della salute. Sul fronte del lavoro siamo in emergenza da tempo.

Solo una classe politica incapace dice: affrontiamo un problema alla volta e dell’economia ci occuperemo dopo. La complessità non si affronta con misure sequenziali, accodate l’una all’altra. Si affronta con un intreccio di azioni subottimali, dove il meglio in un solo campo è nemico del bene.

A riprova di questo, basta ricordare il caso dell’Ilva di Taranto. Se la salute venisse nettamente e inequivocabilmente prima del lavoro, l’Ilva sarebbe chiusa da tempo.

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