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Ripartire o ricominciare? Scelte imprenditoriali post Covid, verso una nuova impresa?

di Claudio Baccarani 05 Luglio 2020

scritto con Federico Brunetti (*)

Il contesto

Al graduale regredire dell’infezione e del connesso problema sanitario, si accresce nel Paese l’attenzione a quello che questo drammatico sconvolgimento comporta e comporterà dal punto di vista economico e sociale, con visioni che spesso mutano solo nella dimensione dei livelli di catastrofismo, prefigurato in più o meno elevate percentuali di chiusure e di aumento della disoccupazione, con tutto quello che simili accadimenti portano con sé nel tessuto sociale.

I fatti nuovi in assoluto che si sono manifestati nel contesto in cui l’impresa opera sono almeno cinque: la fragilità di un sistema economico-sociale che, abbagliato dalla tecnologia e dal luccicare del profitto, riteneva di essere indenne da crisi mondiali del tipo che stiamo vivendo; l’inconsistenza dei confini dal punto di vista della diffusione del virus con la consapevolezza di far parte di un unico ecosistema globale; l’insicurezza e la sfiducia che si sono insinuate nelle relazioni sociali che eravamo abituati a vivere; il blocco pressoché totale delle attività produttive, tolte quelle essenziali, situazione mai registrata sino ad ora in una forma così generalizzata anche in ambito internazionale; l’isolamento in casa e il distanziamento sociale di milioni di persone, unico mezzo per rallentare e fermare nel breve periodo l’epidemia in attesa di un vaccino.

Di qui la duplice necessità di agire, da una parte, come sistema per assicurare la vitalità delle imprese attraverso le necessarie e opportune iniezioni di liquidità al fine di disporre di strutture pronte a cogliere il momento della ripresa e, dall’altra, di valutare da parte delle imprese le forme più idonee attraverso le quali vivere il momento della ripresa.

Sulla prima linea di azione si registra una unanimità di consensi che porterà ad una soluzione, pur tra i vari problemi che si potranno porre in ambito nazionale e nel contesto dell’Unione Europea.

Sulla seconda, ossia sul come l’impresa possa al meglio proporsi al momento della ripresa, si registrano invece quantomeno due prospettive racchiuse nel senso che si associa ai due verbi “ripartire” e “ricominciare”. Anche se, ovviamente all’interno di un simile campo di variazione si possono trovare varie mescolanze di opzioni, con tutte le rispettive scelte che comportano.

Ripartire o ricominciare?

In realtà, pensare ad una ripartenza o ad un nuovo inizio è cosa ben diversa.

Nel primo caso l’impresa riterrebbe di poter vivere il mondo con cui dovrà dialogare secondo modi, forme e logiche del tutto tradizionali. Come se il mondo si fosse solo fermato e fosse lì pronto per riavviarsi con gli schemi e i ritmi consueti. Magari anche a velocità accelerata dal desiderio di recuperare ciò che la crisi ha falciato. La visione che sottostà a questo tipo di scelta è quello dell’attesa ad un ritorno alla normalità pre-crisi.

Nel secondo caso, la scelta guidata dall’opzione di ricominciare si fonda, invece, su una visione che ritiene superato il concetto di normalità pre-crisi. Ritiene, cioè, che il contesto in cui l’impresa si troverà a svolgere il proprio ruolo avrà tratti di novità tali da prefigurarsi come un mondo nuovo, al quale non ci si può affacciare solo con gli schemi e le logiche sino a quel momento utilizzati, pur non negando il permanere del valore di tecniche apprese e validate dall’esperienza.

La scelta tra le tante opzioni possibili spetta e compete a chi riveste un ruolo di guida nelle imprese, sulla base della lettura dei possibili lineamenti di futuro e del ruolo che l’impresa avrà non solo nel mercato bensì anche nella società. Spetta all’imprenditore e sarà frutto del suo sguardo sul mondo che verrà definito dalla sua esplorazione di futuro.

Tracce di nuova normalità

Alcune tracce di una nuova normalità si sono però già manifestate, più o meno visibili, tra le righe economiche che l’epidemia sta scrivendo.

Quanto all’impatto della crisi, ovviamente, si rileveranno situazioni del tutto differenti nei vari settori del mercato. Tutte le attività connesse alla sicurezza delle persone, all’assistenza sanitaria e alla prevenzione avranno un forte sviluppo per due ordini di ragioni, l’una la durata del post crisi, che per evitare ricadute richiederà attenzioni per un periodo consistente e difficilmente prevedibile; l’altra perché le trasformazioni climatiche hanno creato condizioni di facilitazione alla diffusione di virus in aree che prima erano in qualche modo salvaguardate dal loro ecosistema ambientale e quindi occorrerà essere pronti ad affrontare altre e diverse situazioni di questo tipo con certe cadenze temporali, seppur non predeterminabili. Questo porterà a rivedere le scelte in tema di strutturazione e organizzazione del sistema sanitario, nonché al rafforzamento della strategicità per il Paese della filiera salute con tutte le attività industriali e di servizi che la popolano.

D’altra parte però le attività che si basano su una forte presenza ravvicinata di persone, come tipicamente quelle connesse alla filiera del turismo, della ristorazione, della distribuzione, fieristiche, convegnistiche e del tempo libero dovranno riformulare il modo di operare in ragione della prevenzione di una epidemia di ritorno e, soprattutto, dell’impatto psicologico che la possibilità di trasmissione del virus anche da parte di portatori sani, asintomatici, ha diffuso nelle relazioni sociali. Il che introduce alla necessità di reinventare in modo creativo ed efficace queste forme di servizio.

Non va peraltro sottostimata la necessità di ricostituire la reputazione del made in Italy per i prodotti diretti all’estero, soprattutto per quelli alimentari, come pure la reputazione in sicurezza dell’accoglienza per i turisti stranieri che prevedibilmente, seppur con molta gradualità, decideranno comunque di tornare in nel nostro Paese.

Per parte sua, la dilatazione del tempo vissuto in casa dalle persone in questo periodo ha aperto anche al valore di quelle che apparivano piccole cose e che ora contribuiscono a ridefinire la gerarchia di ciò che è veramente importante. Aspetto questo che facilmente condurrà a comportamenti che assegneranno un maggior valore alla lentezza e alla qualità, piuttosto che alla fretta e alla quantità, a ciò che è utile, funzionale, bello e sostenibile piuttosto che all’inconsistenza dell’effimero.

In ogni caso, al di là dell’indiscutibile maggior valore che sarà riconosciuto alla sopravvivenza dell’impresa dal lato della preservazione dei posti di lavoro, certo non verrà meno anche la pressione dell’Agenda 2030 nella sua globalità, soprattutto per il rischio, di certo non imprevedibile, di una crisi climatica e ambientale con un impatto dirompente.

L’organizzazione del lavoro dovrà rivedere le forme ed i modi di produrre nella prospettiva della sicurezza, dello smart working, oltre che dei consueti processi di innovazione tecnologica.

Ma anche un altro aspetto sta profilandosi all’orizzonte seppur ancora in forme sommesse. Si tratta di una alleanza per il futuro tra impresa e territorio per l’esigenza di un apprezzamento reciproco del valore e delle possibili sinergie conseguibili da un loro armonico coordinamento.

Quali scelte? Dalla centralità del capitale alla centralità delle persone

Una cosa in questo divenire appare, però, certa: qualsiasi sarà il ritmo della ripresa, non sarà facile per le imprese riprendere il passo per andare a tempo e sintonizzarsi al ritmo del cambiamento.

In realtà, al di là della velocità con la quale alla caduta economica dovuta al lockdown seguirà la ripresa, l’imprenditore si trova a dover assicurare la vitalità ad una organizzazione che mai aveva subito blocchi generalizzati di questa dimensione, con tutto quello che consegue in termini di fermo tecnologico e di assopimento delle relazioni tra i diversi soggetti del sistema aziendale.

Questo forzato periodo di fermo potrebbe però consentire al decisore aziendale di valutare in modo approfondito la natura dei cambiamenti intercorsi, per capire se questa crisi possa essere affrontata con l’impostazione logico-strategica e la strumentazione operativa con la quale ha fino a qui interpretato il suo modo di fare impresa.

Al riguardo, una delle lezioni che questo periodo ci ha insegnato è che il problema cui ci si trova di fronte riguarda tutti, coinvolge tutti ed è risolvibile solo con l’apporto di tutti, ognuno per la propria parte e il proprio ruolo, perché, come è stato ampiamente sottolineato in questi giorni, “siamo tutti sulla stessa barca”

In una comunità questo è possibile quando nella stessa sia diffuso un forte senso di appartenenza connesso a valori di fondo condivisi, pur nelle differenze che corrono tra i singoli soggetti. Quando, cioè, sia diffuso e condiviso il sentire che ciò che si fa ha un valore non perché lo si fa per sé, ma perché lo si fa per sé e per gli altri.

Ecco allora che l’impresa potrà disporre delle forze più idonee ad esplorare e affrontare la realtà di un mondo nuovo, con le minacce, le opportunità e i rischi che porta con sé, tanto più quanto più ogni soggetto all’interno della rete di relazioni cui partecipa darà il massimo per sé e per gli altri, sentendosi parte attiva e costituente l’organizzazione.

Le forme per conseguire questa condizione sono certamente innumerevoli e dipendono – al di là delle griglie normative – dal sentire di chi svolge l’attività imprenditoriale.

Tuttavia, la chiave di volta di questo percorso sta nel riconoscere che l’impresa non è una macchina che funziona sulla base di un’astratta e deresponsabilizzante impostazione efficientistica, guidata da una asettica razionalità volta al perseguimento del massimo profitto per lo shareholder.

L’impresa, al contrario, è una comunità di persone. Persone che vi riversano i propri sogni, i propri progetti, le proprie ansie, le proprie paure, la propria professionalità, la propria dedizione, la propria idea di futuro, la propria ricerca di senso, dotando l’organizzazione di un’anima che ne traccia i caratteri della vitalità attraverso la quale si relaziona con il mercato.

Comunità che dialoga con altre comunità generando quegli scambi che diffondono la linfa vitale all’interno della rete.

Riconoscere questo significa creare le condizioni per costruire un’alleanza per il futuro tra le persone che popolano il mondo dell’impresa, ponendole al centro dell’attenzione con l’ascolto, il rispetto, il dialogo, la valorizzazione, la partecipazione, la dignità e, nelle condizioni in cui stiamo vivendo, con l’impegno a lavorare per la sicurezza del posto di lavoro e sul posto di lavoro.

Tutto questo richiede una ridefinizione della ragione d’essere dell’impresa, del suo “purpose”, che in questa prospettiva volge dalla ricerca di profitto alla produzione di benessere per tutti i soggetti, interni ed esterni, dalle cui relazioni sistemiche trae origine l’impresa stessa.

Benessere che non deve essere considerato in forma residuale per alcuni soggetti, ma che va definito e declinato contemporaneamente nelle scelte manageriali per ognuno di essi, per i detentori di capitale, per il personale, i partner tecnici, finanziari e di servizi, i clienti, la comunità nelle sue varie forme organizzative e istituzionali, nonché le generazioni future.

Benessere la cui ricerca segna il passaggio da una centralità limitata al capitale ad una centralità armonica e dinamica di tutte le persone, shareholders compresi, che sono coinvolte nel progetto.

In questa logica il profitto non viene meno, viene semplicemente ricollocato nel suo giusto ruolo non di fine indiscutibile ed esclusivo ma di strumento di rilevazione della vitalità dell’organizzazione, lasciando la misura del successo aziendale al livello di benessere generato e diffuso.

Questa scelta sosterrebbe lo sviluppo del senso di appartenenza all’impresa nella sua soggettività e nelle sue relazioni di rete, grazie all’energia impressa dalla maggior fiducia che verrebbe a scorrere in relazioni dirette alla produzione di benessere comune e dalla reciprocità che verrebbe ad attivarsi nel sistema.

In questa prospettiva, l’impresa non apparterrebbe più solo alla proprietà nel senso giuridico del termine, ma superando la visione centrata sugli shareholders apparterrebbe più correttamente anche a sé stessa e potrebbe esprimere al massimo la propria energia generando, pur senza cercarlo, il massimo profitto possibile.

A un mondo nuovo, con tutti i cambiamenti che porterà con sé, l’impresa potrebbe così rispondere con una forma nuova e con scelte che contribuirebbero alla propria affermazione e alla costruzione di un futuro in armonia con l’ecosistema cui appartiene. Scelta, questa, che ne riaffermerebbe il ruolo di più creativa ed efficace costruzione umana per la soluzione di problemi e la produzione e distribuzione di valore.

Le pressioni cui il mondo delle imprese è sottoposto dalla crisi provocata dal Covid 19 potrebbero così consentire di rompere schemi entro i quali l’impresa già si dibatteva nei suoi rapporti con gli stakeholder e le pressioni della crisi ambientale, senza però disporre della forza di uscirne stretta tra capitali impazienti e rincorsa continua della miope massimizzazione di un egoistico profitto.

La drammatica esperienza del Covid 19, con il suo carico di lutti e sofferenze, potrebbe insomma produrre come effetto positivo quell’accelerazione delle condizioni di contesto necessaria affinché impresa ed economia riescano ad imboccare con più decisione un percorso per la costruzione di un futuro più equo e vitale.

(*) Claudio Baccarani, Università di Verona e Sima, Federico Brunetti, Università di Verona e Sima

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Claudio Baccarani, Dipartimento di Economia Aziendale, Università degli Studi di Verona. claudio.baccarani@univr.it

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