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Lezione Aymara. Brevissimo estratto da un libro che sto scrivendo

di Francesco Varanini 14 Novembre 2020

La lingua aymara -lingua di nativi americani originariamente insediati nei pressi del lago Titicaca, principalmente nell’attuale Bolivia- ci ammonisce in modo esemplare a proposito del considerare il passato superato, sorpassato; del moderno sentirsi proiettati in avanti, trascinati passivamente verso il futuro.

L’idea del tempo presso gli Aymara, al contrario della comune concezione occidentale, consiste nel guardare il passato, osservandolo davanti a sé, e nel considerare il futuro ciò che si trova dietro, alle spalle. In effetti, ciò che all’essere umano è in grado di guardare è ciò che ha vissuto, la propria storia. Più è storia di tempi vicini, più essa resta ben visibile. Più è storia remota, antica, lontana, meno essa sarà visibile dal luogo in cui l’essere umano ora si trova. Il futuro è invisibile.

Non si tratta però di una mera concezione del tempo. Il pensiero aymara è meravigliosamente complesso, eppure chiarissimo, se lo si avvicina con umana saggezza, senza giudicare, senza farsi intrappolare da schemi interpretativi già definiti.

Il termine pacha, banalmente potrebbe essere tradotto mondo, tempo. Potrebbe essere quindi inteso come spazio-tempo. Ma il senso va in realtà molto al di là del tempo e dello spazio: è la capacità di partecipare attivamente all’universo, di unirsi ad esso, di parteciparvi.

La lingua parla di una relazione armoniosa tra esseri umani e alax: ‘spazio eterno’, ‘cielo’; aka: ‘terra’, ‘mondo’, ‘qui’; manqha: ‘profondo’, ‘interno’, ‘infero’; nayra: ‘passato’, ‘prima’; jutiri: ‘futuro’; jichha: ‘ora’, ‘adesso’. In questa visione prende senso la relazione tra esseri umani, la relazione degli esseri umani con la natura, la relazione degli esseri umani con le divinità. E così la comunità prossima -famiglia, villaggio- si allarga alla comunità remota: regione, mondo, cosmo.

La cosmovisione privilegia il passato: nayra è ‘la parola di un tempo’, la parola del tempo passato, la parola che l’essere umano ha saputo pronunciare nel tempo. E’ ciò che l’essere umano sa; la tradizione; la conoscenza. Anche l’eternità, wiñay, non è che una dimensione del passato, un passato che si allarga per sempre, all’infinito.1

In quanto portatore di conoscenze e sapienza, il passato genera un futuro sostenibile. Nayraxpacha: passato in transito verso il futuro. Pachakuti: ritorno all’equilibrio, all’armonia.

Dal popolo Aymara a Spinoza, ritroviamo in ogni cultura una comune saggezza, attenta al ricordo delle origini, attenta a ricordarci il nostro appartenere alla Natura.

Ben sappiamo che ciò che appare evidente nella cultura aymara -evidente anche ad uno sguardo straniero, capace di cogliere solo alcune tracce di una ricchissima e profondissima rete di significati- vale per altre culture, lontane dalla cultura occidentale nel tempo e nello spazio. Vale, potremmo anzi dire, per ogni cultura.

1Thérèse Bouysse Cassagne, La identidad aymara. Aproximación histórica (siglo XV, siglo XVI), Hisbol, La Paz, 1987. Domingo Llanque, La cultura aymara. Destructuración o afirmación de identidad, IDEA, Instituto de Estudios Aymaras, Puno, 1990. Fernando Huanacuni, Visión cósmica de los Andes, Editorial Armonía, La Paz, 2004. Félix Laime, Diccionario bilingue aymara castellano, Cea, La Paz, 2004. Simón Yampara, Elayllu y la territorialidad en los Andes, Ediciones Qamán Pacha Cada, UPEA, La Paz, 2001.

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