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Cosa non è e cosa potrebbe essere una associazione

di Francesco Varanini 08 ottobre 2012

Il testo che segue apparirà come Editoriale su ‘Persone & Conoscenze’, ottobre 2012

Siamo oppressi da istituzioni dove vige una regola: ‘le persone sono sempre sacrificabili’. Perciò abbiamo bisogno di luoghi e modi per stare insieme da pari a pari, tra persone che si accolgono e si sostengono e si stimano e si insegnano e si ri-generano reciprocamente.
Eppure, dobbiamo dircelo, nei fatti le nostre associazioni non sono così. Troppo spesso espellono e emarginano. Non parlo di associazioni a caso. Parlo delle associazioni a cui mi sento più vicino, e di cui fanno parte molti lettori di questa rivista: l’Associazione Italiana per la Direzione del Personale e l’Associazione Italiana Formatori.
Per quanto mi riguarda, provo un certo disagio nel partecipare a riunioni dove si parla sopratutto di quanti sono al momento i soci paganti. Si usano intere riunioni, e anche parte significativa di documenti programmatici, per disquisire sul perché e sul percome gli iscritti sono in calo, e comunque pochi.
E se si parla di un evento in via di organizzazione, si discute del coffee break e dell’aperitivo, dedicando accurate analisi alla giusta dimensione delle tartine. Ci si interroga a proposito dei possibili sponsor. Non si ragiona invece a proposito di cosa si dirà, e di chi dirà – tanto si chiameranno a parlare gli amici degli amici, gli sponsor paganti, o di quei personaggi che orami conosciamo così bene, ché li ritroviamo a parlare in ogni evento.
Chiamiamo a ‘darci la linea’ esponenti delle scuole di pensiero che sono espressione di un dominio espropriante e assoggettante – guarda caso le stesse scuole di pensiero che ritroviamo al governo del paese. I soliti noti delle solite Università, delle solite Business School, delle solite società di consulenza.
Oppure mettiamo in scena convegni, o congressi che dir si voglia, usciti dalla sia pur illuminata mente di una singola persona, di un singolo Presidente. Siamo così gregari? Abbiamo così tanto bisogno di essere seguaci di qualcuno? Dare piacere a un grande maestro, ed essere da lui ringraziati per questo, è una bella cosa. Qualcuno meritava da decenni simile riconoscimento. Ma può un un progetto individuale essere il manifesto di una associazione? Non è piuttosto questo, più propriamente, il manifesto adatto per la propria personale scuola, la propria università, la propria fondazione?
Sta di fatto che ci troviamo così poi tutti coinvolti in una spasmodica ricerca di persone disposte a partecipare agli eventi. E si finisce magari, malinconicamente, per puntare sulla speranza che qualcuno sia attratto dal miraggio di un fine settimana in un resort ‘dotato di ogni comfort’, in una località turistica, nell’estate incipiente.
Possiamo dire che è ‘all’insegna dei pari’ un congresso per partecipare al quale è necessario spendere oltre cinquecento euro? Siamo consapevoli di escludere così colleghi ed amici che non hanno la possibilità di spendere tutto questo denaro?
Poi, è bello uscire dal congresso convinti che esista un gruppo di persone convinto di poter cambiare la formazione in Italia. Ma guardiamoci in faccia. Non siamo forse qui a parlarci sempre tra noi, le solite facce?
E’ così che si finisce per considerar normale che, negli spazi aperti dalle associazioni sui network sociali in cui sembra oggi indispensabile stare, qualcuno osanni i ‘venti del cambiamento’, per poi subito aggiungere ‘un piccolo spazio auto-pubblicitario: in XY (la propria azienda) lavoriamo da quattro anni secondo questo filone aiutando le Persone a …’. Persone scritto con la maiuscola, naturalmente! Capite bene che non c’è bisogno di proseguire nella citazione, potete immaginare voi le solite frasi vuote.
Che senso ha una associazione che manda in giro ai propri associati la pubblicità di una scuola di formazione? Di una sola, quella che ha pagato due lire? Si passa il tempo a contare i soci e a lamentarci del fatto che il budget garantito dalle quote associative è troppo basso. Sembra quasi non ci sia più tempo e spazio, nelle riunioni e nei documenti, per parlare di cosa fare, del perché stiamo insieme.
Forse si potrebbe fare in modo differente. Partire dalla gratuità. Non è possibile immaginare una associazione a costo zero? Non è possibile immaginare una associazione la cui quota annuale è simbolica, poche decine di euro, o addirittura gratuita? Se ognuno di noi offre il proprio tempo all’associazione e mette a disposizione i luoghi fisici di cui dispone, non abbiamo forse creato basi che permettono di fare un sacco di cose? Per aprire un grande dibattito, dare spazio a voci differenti, ascoltarle, forse non c’è bisogno di quote associative, né sale di grandi alberghi. Né, forse, di guide carismatiche. Siamo tutti docenti e tutti discenti. Tutti bisognosi di associazione.

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