Contributi

Bergoglio, Verbitsky, Ersatz

di Francesco Varanini 17 marzo 2013

Il 13 marzo, tornando a casa ho sentito per radio che era stato eletto il nuovo Papa, e che l’eletto era Bergoglio. Mi sono messo a leggere sui siti dei giornali argentini. Qualche minuto dopo mezzanotte ho pubblicato un breve post qui su Bloom. Ho rilanciato il post tramite Facebook, sul mio profile personale e tramite la pagina di Bloom.
I commenti critici che ho ricevuto -a quelli positivi ed ai ‘mi piace’ è giusto non porre troppa attenzione- riguardavano un solo punto: non mi è stato detto che tralasciavo di parlare del ruolo che giocò o non giocò Bergoglio ai tempi della dittatura militare; mi è stato imputato di non aver tenuto conto di ciò che aveva scritto una certa, sola persona, Horacio Verbitsky.
Ho letto i libri di Verbitsky, tengo la sua opinione in grande considerazione, ma mi rifiuto di considerare la sua parola il Verbo. Non credo neanche giusto trascurare il fatto che Verbitsky è noto da noi perché tiene un blog sull’edizione on line del Fatto Quotidiano. Il Fatto interpreta l’attualità politica -con tutte le ragioni di questo mondo- da un proprio punto di vista.

La verità non è mai quella proclamata da un unico banditore, da un unico megafono. Anche quando ci scegliamo un leader -leader politico o leader d’opinione- dovremmo sempre dubitare della sua parola.
Potremmo dire che la libertà della nostra informazione non può esserci garantita da nessun altro se non da noi stessi. E’ duro da ammettere -certo è più facile trovarsi un informatore di fiducia- ma è così. Informarsi è non fidarsi ciecamente di nessuno. E’ cercare opinioni contrarie a quelle che ci piacciono.
Il Web, da questo punto di vista, ci libera. Ci permette di accedere ad ogni giornale del mondo, ad ogni fonte, ad ogni blog. Ci permette anche di rivolgerci personalmente, chiedendo un’opinione, a persone ‘informate dei fatti’.
Ma, paradossalmente, può anche essere pericoloso. La grande massa di informazioni è fonte di libertà, è democrazia, ma ci fa anche paura. Il Web porta con sé le vertigini del troppo, dell’abbondanza eccessiva. Si rischia così di tornare a leggere un solo giornale, un solo blog, si rischia di rifugiarsi in una singola fonte di cui ci si fida.
Purtroppo proprio in questo i giornalisti sono cattivi maestri. Lungi dall’essere i campioni del confronto tra fonti diverse, si fondano troppo spesso su poche fonti, sempre le stesse. Si citano tra di loro. Il loro sguardo non esce dai confini di un punto di vista ideologico, di un partito preso.
Non certo meglio di loro agiscono i blogger, in molti casi maestri del punto di vista unilaterale e del partito preso. (Bloom! non è il mio blog. E’ un esperimento, un luogo aperto. A chi ha criticava il mio testo su Bergoglio ho risposto di rispondermi su Bloom. I commenti su Facebook non sono efficaci espressioni di opinioni – troppo brevi, troppo chiusi nello schema proprietario e limitante imposto dal social network).
Certo, ci sono fonti con le quali si trovano consonanze. Ad esempio, nel caso in questione, mi trovo vicino all’opinione di Gennaro Carotenuto. Vi invito a guardare i suoi post di questi giorni. Ma non delego a Carotenuto le mie opinioni. E’ del tutto inutile il lavoro dei blogger che si limitano a ripubblicare i post di Carotenuto. Farsi un’opinione significa andare oltre quello che dice il giornalista con il quale andiamo d’accordo. Farsi un’opinione, a maggior motivo oggi che c’è il Web, significa leggere da soli più fonti, imparare ad interpretare, allenarsi a confrontare e a dubitare. Quando poi si tratta di fatti riguardanti paesi lontani, di cui si sa poco, dovremmo andare ancora più cauti.
Invece, meno si sa più ci si affida a un oracolo, alla voce rassicurante di un Esperto di cui scegliamo di no dubitare. Eccoci dunque qui, blog e grandi giornali, tutti inchinati ad ascoltare il solo Verbitsky, tutti pendenti dalle sue labbra.
Il massimo che si fa, e che si è fatto in questo caso, è opporre all’opinione di un Grande Esperto l’opinione di un altro Grande Esperto. Così è stato fatto anche in questo caso. Ci si è limitati -così la Sala Stampa Vaticana, così i grandi giornali ed i piccoli blog-, ci si è limitati ad affiancare alla dura opinione di Verbitsky l’opinione dell’altro campione universalmente noto della denuncia dei crimini della dittatura militare argentina, Adolfo Pérez Esquivel, che il 14 marzo ha affermato: “Non credo che Jorge Bergoglio sia stato complice della dittatura, ma credo che abbia mancato di coraggio nell’accompagnare la nostra lotta per i diritti umani nei momenti più difficili”.

Proprio perché so qualcosa della storia e della politica e dell’attualità argentina, cerco di andar cauto. Sottolineo ‘qualcosa’: più si sa, più ci rende conto di non sapere.
Non ho scritto nulla l’altra sera in quel mio breve testo a proposito del comportamento di Bergoglio in quegli anni foschi e terribili della dirittura, proprio perché avevo letto Verbitsky, ed altri libri, e parlato con qualche amico argentino. E volevo tenermi lontano dalla superficialità di cui i giornalisti sono troppo spesso campioni.
Così, sono passati tre giorni, mi sono letto un po’ di roba, e ho cercato di ragionare. Non credo che il mio ragionamento valga più di quello di chiunque altro. Ma siccome i fatti oggi, con il Web, li abbiamo a disposizione tutti, la differenza la fa solo il modo di ragionare. E ognuno di noi ha il diritto-dovere di fare la sua parte.
Provo ad argomentare, a farmi un’opinione. E’ questo l’essere cittadini. Saper scegliere dopo essersi presi la briga di documentarsi. Scegliere è non comportarsi come tifosi di una squadra di calcio. Formarsi un’opinione non si può se si considera verità la parola di un un unico giornalista, di un unico blog.

Ho cercato di ritornare per quello che ho potuto a quegli anni. 1 luglio 1974, la morte di Juan Domingo Perón. Colpo di Stato militare il 24 marzo 1976. Operación Cóndor: il ruolo occulto degli Stati Uniti. Le torture, i desaparecidos, i figli di nessuno, noi europei che assistevamo senza muovere un dito; il Campionato mondiale di calcio, svoltosi in Argentina in quegli anni, narrato come cronaca asettica; la guerra delle isole Malvinas, molti di noi a considerare la guerra come puro e giusto atto antimperialista, noi schierati con i generali contro la Perfida Albione.
E poi nel 1984 Nunca más, rapporto della Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas ricostruzione dell’accaduto, agghiacciante eppure ancora parziale. E poi le leggi Punto Final (1986) Obediencia Debida (1987), e poi gli indulti di Carlos Menem (1989-1990).
Non credo che si possa dire, ‘punto e a capo’. Non credo si possano giustificare le azioni dei militari, di qualsiasi livello, con la disciplina militare, la dovuta obbedienza, appunto. Conseguentemente non credo che possa essere considerato privo di responsabilità, e di colpe, Bergoglio. Di lui, come di altri, come di noi stessi, quando ci troviamo di fronte a situazioni di ingiustizia, si può dire ‘avrebbe dovuto fare di più’.
Siamo stati tutti figli del proprio tempo. Abbiamo fatto cose giuste e sbagliate. Cose che oggi non faremmo. Verbitsky in quegli anni apparteneva ai Montoneros, organizzazione guerrigliera dei peronisti di sinistra, cosa diversa dal giornalismo d’inchiesta
E’ giusto cambiare, anzi, c’è forse da dubitare di chi con l’età e con il passare degli anni non cambia mai idea. Al contempo, è giusto non dimenticare. Così come è giusto ricordare i crimini nazisti, è giusto ricordare i crimini di quella stagione argentina, ed essere severi nel portare alla luce, anche a tanta distanza di anni, fatti di allora. Così come è giusto interrogarsi sul ruolo che Pio XII giocò, o non giocò, ai tempi del Nazismo, è giusto interrogarsi sul ruolo che ebbe Bergoglio di fronte ai crimini perpetrati dalla giunta militare.
Però, questo lavoro su di sé che gli argentini si trovano a dover fare, è troppo importante per essere ridotto a un confronto tra i diversi ricordi e le diverse attuali opinioni di singoli intellettuali, Verbitsky o Pérez Esquivel. Non basta leggere una sola fonte, non basta affidarsi ad un’unica autorità. John Cornwell in Hitler’s Pope, e David G. Dalin in The Myth of Hitler’s Pope, ricostruiscono l’atteggiamento di Pio XII di fronte al nazismo in modi diversisimi. Tutti e due i libri meritano di essere letti, ognuno dei due contiene una parte di ‘verità’.
Pensiamo alla differenza clamorosa nel modo in cui Italia e Germania considerano il passato fascista e nazista. La Germania post-nazista si è interrogata, continua ad interrogarsi. Da questa capacità di interrogarsi, di ricordare il passato, e di mettere punti fermi morali, non solo legali, nasce la capacità di progettare e innovare. L’Italia post-fascista, invece, ha preferito dimenticare, rinunciare ai discorsi sulla memoria.
L’identità nazionale tedesca è fondata sulla lotta antinazista. Idee disastrose sono state superate attraverso l’adesione a una legge costituzionale in cui tutti si riconoscono. Noi invece continuiamo a dire che la costituzione è superata, e crediamo opportuno reinterpretare ad ogni cambio di governo la Costituzione. Consideriamo una virtù dimenticare il passato. Ma così non si crea nessun circolo virtuoso.
Non sta certo a me dire se in Argentina si è più vicini al pentimento tedesco o all’accomodamento all’italiana. Credo di poter dire però che è una cosa che riguarda un intero paese, il suo vissuto profondo. E credo di poter aggiungere che questa è una cosa troppo importante per essere schiacciata sui conflitti attuali tra peronisti di destra e peronisti di sinistra.
Una cosa è il confronto politico attuale, che divide tra di loro gli argentini -come siamo divisi oggi noi in Italia tra parti politiche ognuna abbarbicata a proprie ragioni- una cosa è la memoria storica, che cerca giustamente di punire i colpevoli, ma che chiama in fondo un popolo intero a vivere una responsabilità collettiva. Giacché -per non parlare di altri parlo per noi italiani- siamo responsabili tutti noi insieme di come abbiamo ridotto il nostro paese.

Ora però l’ironia della storia ha voluto proprio questo. C’è un paese diviso -mi perdonino la semplificazione gli amici argentini-. Da un lato i peronisti di sinistra, oggi al potere -guidati dal 2003 al 2007 da Néstor Carlos Kirchner e poi da sua moglie Cristina Fernández de Kirchner-. Dall’altro i peronisti di destra, con troppi inadeguati leader e quindi senza un vero leader. O anzi, secondo molti, con un vero leader occulto: l’arcivescovo Jorge Mario Bergoglio.
Per amor di cronaca, bisogna anche aggiungere che Verbitsky nel corso degli anni -anche con sconcerto di suoi fedeli lettori- si è allontanato dal giornalismo d’inchiesta duro e puro, e si è avvicinato al kirchnerismo. (Se le vicende politiche italiane non sono facili da comprendere per uno straniero, quelle argentine non sono poi tanto più semplici e lineari).
Mi sembra dunque di poter dire che questa situazione attuale condiziona le opinioni che circolano in Argentina: difficile accettare che il personaggio che si è visto fino a ieri come il criticabile esponente, forse il leader, di una parte politica avversa, assurga ora al ruolo di guida della Chiesa Universale.
Difficile concepire che qualsiasi gesto di Bergoglio possa essere sincero e apprezzabile. Difficile accettare che la sua personale lontananza dai fasti cardinalizi, il suo richiamo alla povertà della Chiesa, la sua attenzione agli ultimi. Difficile riconoscere sincerità a questi atteggiamenti. L’opinione di partenza porta a considerare i gesti di Bergoglio come manifestazione di una somma ipocrisia.
Motivazioni e sentimenti diversi si sovrappongono e si intrecciano, fino a generare una confusione che finisce forse per offuscare lo sguardo. Eppure, per quanto difficile sia, si dovrebbe tentare di distinguere tra cose diverse. Da un lato il giudizio immediato, legato alle vicende politiche di questi giorni. Dall’altro lo sconfinato dolore di chi ha visto torturare e scomparire i propri cari, e ha poi saputo che i corpi erano stati gettati dal cielo, occultamente, in mare. Da un altro lato ancora il comportamento di un sacerdote che, così come è rigido su questioni di dottrina, restio ad esempio ad accettare unioni omosessuali, è sinceramente vicino ai poveri del mondo.
Mi sbilancio dicendo ‘sinceramente vicino’. Mi disinteresso di qualsiasi difesa d’ufficio e di qualsiasi presa di posizione della Sala Stampa vaticana. E naturalmente posso sbagliarmi, ma non mi ritrovo in una opinione che vedo abbastanza diffusa – sostenuta tra gli altri, mi pare, anche Verbitsky. Vicino agli ultimi sì, ma un po’ alla maniera del Grande Inquisitore. Un pedagogo delle masse. Perché i poveri uomini, come scriveva Dostoevskij, i membri del gregge, “hanno tanta paura della libertà; la libertà diventerà la cosa più tremenda per loro, e noi li libereremo dalla libertà mettendoli sotto la nostra protezione!”. “Sapranno apprezzare fino in fondo la nostra capacità di rispondere ai loro bisogni”, “perché noi li guideremo, liberandoli dal peso per loro insopportabile della libertà…”.
Fino a prova contraria, non credo che Bergoglio sia un Grande Inquisitore.
Del resto, ogni Grande Inquisitore, ogni leader carismatico si afferma solo perché noi siamo disposti a seguirlo. Ogni Grande Inquisitore, ogni leader carismatico si afferma perché noi abbiamo paura della libertà.
C’è un gran bisogno di cambiamento in giro. Assumerci le nostre responsabilità vuol dire smetterla di essere sempre contro.
I dolori passati e i conflitti presenti non dovrebbero farci velo. Non dovrebbero impedirci di sperare che Bergoglio, in questi tempi difficili, possa fare qualcosa di buono e di giusto.

Troppo comodo insomma citare come Verbo l’editoriale di Verbitsky apparso il 13 marzo su Página 12. Citarlo anzi, come troppo spesso accade, limitandosi al massimo a qualche virgolettato, ma senza aver veramente letto e preso posizione al riguardo.
Provo quindi ora, in conclusione, a commentare quel testo.
Verbitsky, prendendo spunto da e-mail ricevute, esordisce dando voce allo sconcerto di molti: “Non ci posso credere. Sono così angosciata e ho tanta rabbia che non so che fare”. “E’ la persona giusta per nascondere il marciume. E’ esperto nel nascondere”.
Verbitsky commenta: “non sono sicuro che Bergoglio sia stato eletto per nascondere il marciume che ha ridotto all’impotenza Ratzinger”. “Non mi meraviglierei neanche se, pennello in mano e con le sue scarpe malandate, Bergoglio intraprendesse una crociata moralizzatrice per imbiancare i sepolcri apostolici”.
Ma imbiancare i sepolcri è ipocrisia: simulazione di virtù, di buoni sentimenti, cui non corrisponde la verità del cuore – e che magari nasconde intenti opposti all’apparenza. Verbitsky non ha elementi per inchiodare Bergoglio a proposito di ciò che fece o non fece ai tempi della dittatura. Bergoglio, siamo tutti d’accordo, si mosse in una zona grigia, e si può sempre sostenere che avrebbe potuto e dovuto fare di più.
Verbitsky accusa Bergolio di ipocrisia. Scrive: quando lo vedrete celebrare -con gesti da attore, mischiando linguaggio liturgico con parole del popolo- una messa alla Stazione Centrale o per le strade di Trastevere, quando lo udirete mettersi a fianco di sfruttati e prostitute, non credetegli. Quando giornalisti amici racconteranno di averlo visto nel metrò o su un bus, non credete alla sua buona fede.
Il motivo addotto da Verbitsky per delegittimare previamente ogni gesto pubblico nel nuovo Papa è strettamente politico, legato alla stretta attualità, e non ha a che fare con i suoi eventuali misfatti ai tempi della dittatura. “Nei tre lustri in cui è stato al vertice dell’Arcidiocesi di Buenos Aires ha fatto questo e di più. Ma allo stesso tempo ha tentato di unire l’opposizione” contro il primo governo che dopo una lunga stagione di liberismo “ha adottato una politica favorevole” ai quei poveri e a quegli umili ai quali Bergoglio ostenta attenzione.
Possiamo essere d’accordo o no. Possiamo credere, con Verbitsky, che sarebbe stata scelta migliore per la Chiesa Latinomericana e per l’affermazione di scelte terzomondiste l’arcivescovo di Boston Sean O’Malley. Ma in ogni caso, il corto circuito che ci porta a criticare Bergoglio basandoci sul suo passato, non ha fondamento. Perché usiamo a fondamento l’Esperto Assoluto, Verbitsky, che invece sostiene tutt’altro: il Papa potrebbe anche fare cose buone, ma comunque è criticabile in base a ragionamenti politici tutti interni alla immediata vicenda argentina, vicenda che vede Verbitsky non più nel ruolo del Libero Paladino dell’Informazione, ma della mera parte in causa.

Così, afferma Verbitsky, “quello di cui sono sicuro è che il nuovo vescovo di Roma sarà un ersatz”. E’ il punto chiave dell’editoriale, intitolato appunto Ersatz.
Ersatz, spiega Verbitsky, è “parola tedesca alla quale nessuna traduzione fa onore, un succedaneo di minor qualità, come l’acqua con la farina che le madri indigenti usano per ingannare la fame dei loro figli”. Bella immagine ‘dalla parte degli ultimi’, terzomondista. Ma forse si può dire a questo proposito qualcosa di più preciso.
Freud, non a caso, parla di Erasatz in un punto preciso dell’Interpretazione dei sogni (1900). Lì dove afferma che l’opinione dei profani si avvicina spesso alla ‘vera conoscenza’ più dell’opinione accurata, e legata a modelli e a ideologie, degli scienziati – possiamo facilmente aggiungere loro i giornalisti.
Il metodo attraverso il quale possiamo accedere alla conoscenza è, per Freud, l’interpretazione. Si riferisce specificamente all’interpretazione dei sogni, ma altri poi hanno osservato che il metodo può essere inteso in senso più generale. L’interpretazione è un processo fondato sull’Ersatz: ‘surrogato’, ‘sostituto’, ‘equivalente’, ‘qualcosa che sta per qualche cos’altro’. La Deutung ,‘interpretazione’, è il lento, faticoso, sempre inevitabilmente approssimativo, processo di cognizione (Erkennens), di costruzione (Konstruierens) del significato (Bedeutung). Diciamo una cosa per dirne un’altra, diciamo ‘a’ per dire ‘non a’. La ‘cosa a cui la persona pensa’ è nascosta dietro un senso (Sinn) apparente.
Leggendo Verbitsky, sostituiamo un senso apparente con un altro senso. Parliamo di antichi errori, o peccati, per parlare di questioni politiche immediate.
E’ particolarmente interessante citare qui anche un’altro peculiare uso dell’espressione Ersatz. Dobbiamo tornare a leggere Philip K. Dick, un romanziere che fu confinato nel sottogenere della fantascienza, ma che invece uno dei più importanti scrittori della seconda metà del Ventesimo Secolo. Mi limito qui a un romanzo: The Simulacra (1964), in italiano I simulacri. I Governanti sono sostituiti da androidi, simulacri, macchine programmate, recitanti una sceneggiatura ben costruita dai veri potenti, che stanno dietro, occulti, nascoste dietro al surrogato, dietro l’apparenza. L’apparenza è così ben costruita che i poveri uomini sono ingannati: a loro i Simulacri, Ersatz, appaiono invece uomini in carne ed ossa. Il romanzo si conclude con la constatazione che gli ultimi tra gli ultimi degli uomini sono i primi nel saper vivere liberi dal comando del potere esercitato tramite i Simulacri.
Ora, credo possiamo leggere la metafora così: se mai ha ragione Verbitsky a considerare Bergoglio-Papa un Ersatz, Ersatz sono altrettanto, e di più, i Governanti che conosciamo. E non sto a dire qui di Perón, di Evita, di Menem o della attuale Presidenta argentina. Non mi soffermo a ricordare Reagan, vecchio attore, comodissimo Ersatz adatto a nascondere gli interessi di una Finanza che si preparava a conquistare il mondo. Parlo di cose di casa nostra.
Facile dire che Berlusconi è un Ersatz, un anziano personaggio televisivo tenuto in scena per via di cure mediche e di chirurgia plastica, per proteggere gli interessi di un altro Berlusconi, rapace imprenditore e rentier.
Facile considerare un Ersatz Bersani, schiavo di un vecchio apparato di partito e di vecchi leader che macchinano per sopravvivere a se stessi, per interposta persona.
Facile dire che Monti è un Ersatz, un personaggio che mancava, costruito e messi in scena per rappresentare gli interessi congiunti di una certa Chiesa, di una certa burocrazia europea, e di un certo circuito bancario e speculativo.
Facilissimo dire che è un Ersatz Grillo, attor comico che recita ancora oggi le stesse battute che scriveva per lui Michele Serra venticinque anni fa.
E naturalmente potremmo continuare: Ersatz era Papa Wojtyła, fatto venire dall’Est per coprire con ieratico carisma, ben costruito, il progetto di smantellamento dell’Impero Sovietico.
Se Wojtyla “fu l’ariete che aprì, la prima breccia nel muro europeo, il papa argentino potrà coprire lo stesso ruolo su scala latinoamericna”. Tutti Ersatz al servizio di poteri occulti. Purtroppo mi vene in mente il mitico S.I.M., Stato Imperialista delle Multinazionali, in tempi per fortuna lontani evocato dalle Brigate Rosse. Vedere complotti dovunque, è rinunciare al nostro sguardo sul mondo.
Troppo facile cavarsela così, caro Verbitsky.
Facile vedere in ognuno un Ersatz. Philip Dick, genialmente, ci rovescia il quadro di riferimento. Se tutti siamo Ersatz, nessuno è Ersatz.
Forse ognuno di noi lo è in parte, surrogato di altri, manovrato suo malgrado, o anche connivente con il manovratore. Ma anche se le cose stanno così, meglio scommettere sull’ipotesi che ognuno di noi -e quindi anche Bergoglio- sia un uomo in carne ed ossa, un uomo che porta sulle spalle il peso dei propri peccati. Un uomo consapevole dei propri errori e delle proprie debolezze. Un uomo al qualche, comunque, guarda avanti facendosi carico di responsabilità, senza rinunciare alla speranza.
C’è uno scenario fosco, che non ci offre via d’uscita: in questo scenario viviamo circondati da Ersatz al servizio di poteri occulti. Non ci resta che pendere dalle labbra dei Verbitsky che denunciano e smascherano gli Ersatz.
C’è uno scenario più difficile ed oneroso da vivere. Uno scenario dove nessuno è bollato come Ersatz, e dove si condivide almeno un punto di partenza: il passato non ruba il futuro; è possibile per tutti -sia pure a costo di grande fatica e anche di rinunce- costruire qualcosa di buono.

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