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La formazione, per non finire bolliti

di Francesco Varanini 01 novembre 2014

Più di cento i prodotti partecipanti al Premio per il miglior prodotto formativo indetto dalla rivista Persone & Conoscenze. Non male.

In un momento in cui gli investimenti in formazione languono, e sono in gran misura legati ai vincoli dei progetti finanziati, l’offerta di buona formazione non sempre riesce a trovare ascolto. Eppure, proprio in questo momento la formazione appare come indispensabile sostegno al cambiamento che ogni azienda -date le condizioni di mercato, dato lo scenario della competizione globale- si trova a dover affrontare.

E’ interessante scorrere l’elenco dei ‘fornitori di formazione’ che hanno scelto di concorrere al Premio. Potete vedere -fate clic su questa riga- i nomi e i loghi di tutti i partecipanti sul sito Risorse Umane e non Umane. Ho scritto non a caso ‘fornitori di formazione’, in senso lato: infatti troviamo l’uno accanto all’altro Business School, scuole che hanno fatto la storia della formazione in Italia, rami italiani di multinazionali della consulenza e dei servizi all’impresa, softwarehouse, agenzie formative di associazioni di categoria, giovani start up.

Nel pieno rispetto della libertà di ognuno, posso notare chi brilla per la propria assenza. Mi pare di poter individuare in particolare due categorie di fornitori.

Una prima categoria è costituita da fornitori non particolarmente orientati a giocare sulla qualità dell’offerta. Si può certo stare sul mercato, anche sul mercato della formazione, giocando sulla leva del basso costo, offrendo risposte standard a domande standard, fondandosi sulla pigrizia dell’utente finale, proponendo ogni contenuto in pillole facili da digerire.

Una seconda categoria di attori della scena formativa, sulla quale è forse più importante soffermarsi, è costituita da Grandi Business School. Ci sono infatti Business School italiane che si considerano per principio ‘diverse’ da qualsiasi altro operatore del mercato formativo. Orientate a competere solo tra di loro. Non esiste, per questi auto-eletti player di un mercato globale dell’Alta Formazione il mercato italiano. Non esiste il nostro paese, la nostra tradizione, non esiste la cultura italiana. Non importano le specifiche esigenze delle imprese italiane, dei manager italiani. Lo stesso tessuto imprenditoriale italiano, fatto di piccole e medie imprese, è visto in fondo come anomalia: lo si dovrà per quanto possibile ricondurre a norma. Si dovranno per quanto possibile rendere le imprese italiane meno italiane. Si dovrà quindi, anche nel campo della formazione, non guardare ai bisogni, alla cultura, alle specifiche esigenze e alle lacune da colmare. Si dovrà invece, a prescindere dalla domanda e dal contesto, imporre un catalogo formativo esemplato sullo standard di ciò che offrono altre Business School estere, sempre le stesse, considerate l’esempio da imitare. Tutto è giocato sull’altare di una competizione globale tra Business School tese a formare manager il più possibili uguali l’uno all’altro. Tutto è subordinato all’aspirazione di chi governa queste Business School: scalare qualche posto nella classifica delle Business School globalizzate.

Non voglio certo dire che dobbiamo chiudere gli occhi di fronte alla competizione globale. Voglio dire semmai che possiamo competere solo valorizzando le nostre differenze. Nei Master, più che fare lezione in inglese e proporre gli stessi insegnamenti degli altri Master, ci gioverebbe ‘vendere’ l’italianità.

Credo dunque si possano sottolineare i limiti di questa offerta formativa, non disposta al confronto, perché fondata sulla pretesa di conoscere l’unica via giusta. Il disinteresse per le differenze si accoppia, infatti non di rado alla presunzione, e si cade così in una trappola dalla quale la buona formazione dovrebbe senz’altro tenersi lontana. Parlo della presunzione che porta a dire: ‘so meglio di te cosa di cui tu hai bisogno’.

I prodotti che partecipano al Premio per il miglior prodotto formativo sono diversissimi l’uno dall’altro, ma nessuno, mi pare, cade in questa trappola.

Vorrei qui, in conclusione, spezzare una lancia a favore di un prodotto formativo. L’avete in mano. Non sta a me dire se, almeno in qualche modo noi che da dieci anni lavoriamo mese dopo mese a confezionare Persone & Conoscenze ci riusciamo, ma noi consideriamo la rivista non solo come organo di informazione. Vorremmo fosse intesa, al contempo, come vero e proprio ‘prodotto formativo’. Una rivista, quindi, destinata ad essere letta non solo dai professionisti delle Risorse Umane, ma da tutti i manager, dai quadri intermedi, dai lavoratori, tutti coloro che investono su se stessi, con l’intenzione di fare qualcosa di più, per se stessi, per l’azienda nella quale lavorano, per il nostro paese.

Come dice la persona in copertina, meglio rischiare di bruciarsi che finire bolliti.

Questo è l’Editoriale del numero 99, ottobre 2014, della rivista Persone & Conoscenze.

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