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Natale 1944 a Berlino. Salvarsi costruendo una macchina che sarà chiamata computer

di Francesco Varanini 24 dicembre 2015

Brano tratto da Francesco Varanini, Macchine per pensare, Guerini e Associati, gennaio 2016.

Diretto dall’Air Marshall Arthur Harris, comandante in capo del Bomber Command della Royal Air Force britannica, il bombardamento massivo di Berlino ha inizio nel novembre del 1943. E’ particolarmente duro nelle notti del 23-24 e del 29-30 dicembre. Dopo una pausa nella notte di Capodanno, torna a flagellare la città già nelle notti dall’1 al 2 e dal 2 al 3 gennaio.
Tuttavia, il morale della popolazione civile tedesca non è definitivamente fiaccato. Durante il ’44 è ancora possibile una vita quotidiana. I servizi essenziali sono mantenuti in piedi. La stessa produzione bellica di Berlino, lungi dall’essere annientata, continua anzi a crescere per tutto l’anno.
Giunge il nuovo Natale.
Il Natale nel 1944, è il più buio Natale nella storia di Berlino. Chi non era fuggito, attende con ansia fin all’alba del l’urlo delle sirene. Ma non c’è quella notte nessun allarme, nessun attacco aereo. E’ un Natale di donne e bambini. Giorno di lutto per i padri e i mariti morti, giorno pieno di dolore e di timore per i padri e mariti che non hanno ricevuto licenza.
Il quella città flagellata, Konrad Zuse, giovane ingegnere, sta costruendo la quarta versione di una macchina – che sarà riconosciuto solo dopo molti anni come il primo computer della storia.

 

Konrad Zuse al lavoro sullo Z1

 
In Oranienstraße, mentre Berlino è flagellata da bombardamenti, Zuse non demorde, non si perde d’animo. Nonostante tutto, il lavoro prosegue alacremente attorno alla Algebraisches Rechengerät V4 – questa la denominazione che si legge sui disegni tecnici della macchina: potremmo tradurre: Algebraic Computing Device, ACD. Un nome che possiamo ben collocare accanto ai nomi, spesso fantasiosi, dei primi computer statunitensi.
Automatic Sequence Controlled Calculator, ASCC; Electronic Numerical Integrator And Computer, ENIAC; Electronic Discrete Variable Automatic Computer; EDVAC; Universal Automatic Computer, UNIVAC. Fino alla sigla consapevolmente paradossale proposta da von Neumann: Mathematical Analyzer, Numerical Integrator, and Computer, quindi: MANIAC. L’interesse ossessivo maniacale, per la propria macchina, è in fondo istinto vitale, atteggiamento opposto ai paranoici progetti di chi vede introno a sé nemici, e costruisce armi per distruggere.

Il contabile della Zuse Apparatebau ha una figlia, che collabora con i servizi segreti. Per questa via Zuse viene a sapere che negli Stati Uniti si sta costruendo una macchina forse comparabile. Zuse è preda da una curiosità ardente, quasi dolorosa. Briga finché non riesce a poter gettare lo sguardo su una foto di quella macchina. E’ l’Harvard Mark I, macchina progettata da Howard Aiken, del dipartimento di fisica dell’Università di Harvard, completata nel gennaio 1943. A partire dall’originale progetto di Aiken, il Mark I è in realtà realizzato dall’IBM nei propri laboratori Endicott, con il nome di Automatic Sequence Controlled Calculator, ASCC.
Zuse, osservando la foto, si sforza di immaginare l’architettura della macchina. E in effetti l’Harvard Mark I -calcolatore digitale a relè, che legge le istruzioni contenute in un nastro di carta perforato- ha molto in comune con i VersuchModellen di Zuse. Ma è una macchina enorme, pesa quattro tonnellate e mezzo, è lunga sedici metri, alta due e mezzo, fatta di 765.000 componenti e centinaia di chilometri di cavi. E’ il frutto della sconfinata potenza economica e tecnologica americana.

La Zuse Apparatebau è un’impresa marginale, ma comunque dedita ad attività militari, assoggettata a rigide- procedure. Si lavora in regime di assegnazione obbligatoria, lavoro forzato. Ma le macchine Hollerith non bastano più di fronte al caos, non sono in grado di dire chi lavora e dove. Ora ogni organizzazione è saltata.
Due dozzine di persone sono presenti ogni giorno in laboratorio. Tra di loro personale della Henschel Flugzeug-Werke e ingegneri del centro di telecomunicazioni dell’ OKW, Oberkommando der Wehrmacht, Comando Supremo delle Forze Armate tedesche.
Zuse finisce per non sapere chi quel giorno verrà a lavorare. E’ impossibile pianificare, ma attorno alla macchina ferve il lavoro. Uno entra in officina, capisce da solo cosa fare, prende in mano una saldatrice, fa la sua parte.
Qualche professionalità è indispensabile. Zuse non può fare tutto da solo, ha necessità di qualcuno con competenze matematiche in grado di sostituirlo nel lavoro di programmazione -anticipando i tempi, sta mettendo a punto il Plankalkül, probabilmente il primo linguaggio di programmazione di alto livello. Arriva per strane vie un cieco che si rivela abilissimo.
Qui veramente, nel cuore della città bombardata, in un laboratorio dove si insegue un sogno, Arbeit mach frei, il lavoro rende liberi. Nel laboratorio di Zuse nessuna scritta ostentata, nessun proclama: solo lavoro cercato e offerto. Lavoro come resistenza all’insensatezza, alla paura, alla morte che incombe. Lavoro inteso come modo per mantenere viva la propria dignità. Lavoro praticato quotidianamente, il corpo e la mente coinvolti, per tenersi vivi.

Nel gennaio del ‘45, mentre sul fronte occidentale è ancora in corso il contrattacco tedesco nelle Ardenne, sul fronte orientale l’Armata Rossa rompe la resistenza tedesca, avanzando di trenta, quaranta chilometri al giorno occupa Varsavia, Danzica, la Prussia Orientale, Poznan, fino a schierarsi su una linea a sessanta chilometri ad est di Berlino, lungo il fiume Oder.
In quei giorni Zuse trova il tempo di sposarsi con Gisela Brandes, una sua collaboratrice. Intorno bombardamenti, distruzione, paura a fior di pelle, assenza di futuro. Ma Konrad vuole “una nobile cerimonia”, un matrimonio solenne – lui in frac e cilindro, lei vestita di bianco. Una carrozza per gli sposi.

3 febbraio 1945: un bombardamento aereo causa distruzione nella Luisenstadt, l’area attorno a Oranienstraße. Le stesse case attorno all’officina sono abbattute. Il lavoro è stato portato avanti fino all’estremo. Ma è ormai impossibile proseguire.

Zuse smonta la macchina, imballa le parti, le carica su un convoglio ferroviario, sul quale sale insieme alla moglie incinta. Il convoglio parte da Berlino il 16 febbraio.

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