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Liberismo. La povertà culturale di Zingales e Boldrin e gli errori di Giannino

di Francesco Varanini 21 Febbraio 2013

Oscar Giannino ha perso la faccia per aver millantato la frequentazione di un qualche corso a Chicago. Eppure oggi dovrebbe essere un vanto non aver frequentato nessuna Scuola di Chicago.
La Scuola di Chicago si fonda su dogmi non dimostrati. Finanziare la crescita con il debito significa per la Scuola di Chicago significa cresctita incontrollata dei tassi di interesse. Finanziare la crescita con immissione di moneta significa necessariamente inflazione. Vittime di questi dogmi, non vediamo uscita dal tunnel.
I modelli di Chicago non contemplano la possibilità  che la domanda possa essere carente. Per la Scuola di Chicago i mercati si autoregolano. Ma la realtà che abbiamo sotto gli occhi ci mostra tutto questo non è vero.
La scuola di Chicago si dissinteressa della struttura produttiva. Quindi la Scuola di Chicago non può dire nulla di interessante per il tessuto economico italiano, fondato sulla produzione delle piccole imprese. Si può anche aggiungere una cosa: il credito di Giannino non era legato alle ricette scolastiche che proponeva -abbassamento delle imposte, privatizzazioni- ma alla sua capacità di comprendere la situazione vissuta dai piccoli imprenditori italiani. Personalmente si interessava alla struttura produttiva – ma proponeva le ricette sbagliate.
I modelli della Scuola di Chicago non prevedono che possa darsi una crisi come quella che stiamo vivendo. Quindi la Scuola di Chicago non offre nessuno strumento per affrontare la crisi in cui siamo immersi. E anzi le teorie della Scuola di Chicago sono causa della crisi. La Scuola di Chicago apre il campo alla finanziarizzazione dell’economia, a scapito della struttura produttiva e del sostegno alla domanda.
Zingales, dunque, lasciamolo a Chicago. Michele Boldrin, lasciamolo anche lui in America. Non hanno nulla di interessante da dirci. Magari potremmo anche consigliare loro di dedicare un po’ di tempo ad allargare lo sguardo. Non servono economisti brillanti e telegenici fornitori di ricette belle e pronte. Servono menti multidisciplinari attente alla storia, alle culture.
Invece di assumere il liberismo come dogma, dovremmo chiederci da dove viene e dove va il liberismo. E semmai si volesse restare chiusi nell’alveo liberista, consiglieri di rileggere Hayek – a quanto che aveva già detto Hayek, quelli di Chicago hanno tolto molto, senza aggiungere nulla.
Da dove viene in liberismo economico? Alexis de Tocqueville descrive nella Democrazia in America (1835-1840) il passaggio da una società compatta e gerarchica a una società dinamica, disomogenea, individualista. La grande città è il simbolo dell’era nuova, che porta in sé la minaccia dell’ingovernabilità. Le condizioni di vita dei lavoratori -povertà, malnutrizione- causano delinquenza, prostituzione e alcolismo. Marx, Weber, papa Leone XIII con l’enciclica Rerum Novarum (1891), si interessarono a questo.
La stessa classe politica liberale -in Gran Bretagna, già in epoca vittoriana, negli Stati Uniti all’inizio del 1900- considerava proprio compito dare un risposta alla questione sociale.
Dopo la crisi del 1929, le democrazie occidentali trovano risposta, certo criticabile, ma efficace, nel Welfare, lo Stato Sociale. Lo Stato ha tra le proprie responsabilità fornire ad ogni cittadino i servizi necessari a garantire una vita dignitosa. E’ un impegno morale, ma anche una risposta politica al comunismo.
Di opinione contraria sono gli economisti liberali. Ben prima della Scuola di Chicago, Friedrich von Hayek considerava l’intervento economico degli Sati non una soluzione, ma il problema. Sosteneva che lo Stato doveva limitarsi a mantenere l’ordine, e che la libertà lasciata ai cittadini avrebbe favorito la catallaxy (catallassi) l’auto-organizzazione fondata sulla cooperazione volontaria. Di qui privatizzazioni e liberalizzazioni .
Si accoda nel 1979, con il suo stile sbrigativo, Margaret Thatcher: “non esiste una cosa chiamata società, esistono solo gli individui e le famiglie”. A volte serve essere duri, e forse anche il cinismo è una virtù. Ma queste parole restano simbolo di una politica che ha creato enormi danni. Dall’arricchimento di pochi non è nata -come promettevano i neoliberisti- maggior ricchezza per tutti. Si è invece creata una forbice tra pochissimi ricchi e una crescente massa di poveri.
Alla base di questo danno sta anche l’uso delle parole in pubblico. Ciò che lo stesso Hayek si sarebbe guardato bene dal dire, invece Thatcher pretende di affermarlo: l’inesistenza della società.
Eppure la parola libero ci parla di ‘colui che appartiene al popolo’, ci parla di ‘comunità di discendenti da uno stesso capostipite’. E il privato porta con sé il senso di ‘privazione’, ‘mancanza’.
Qualsiasi politica non può prescindere dal fatto che siamo tutti soci. Radice sekh, sanscrito sakha: ‘compagno’. Partecipiamo ad un’unica impresa.

Questo testo è in parte una rielaborazione della voce Liberalizzazione, privatizzazione apparsa in Francesco Varanini, Nuove parole del manager, Guerini e Associati, 2012.

 

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