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Perché non conviene dar credito al nuovo impegno etico dei CEO americani

di Francesco Varanini 06 Ottobre 2019

E’ certamente noto a chi mi sta leggendo che nell’agosto scorso la Business Roundtable, associazione di cui sono membri i Chief Executive Officer delle principali società statunitensi, hanno reso pubblico uno Statement of Purpose, una Dichiarazione di intenti.

I CEO si impegnano ad “offrire valore ai nostri clienti”, “investire nei nostri dipendenti”, “trattare in modo equo ed etico con i nostri fornitori”, “supportare le comunità in cui lavoriamo”. Qualcuno, da noi come negli Stati Uniti, accoglie queste affermazioni di principio come passaggio storico, come segnale di profonda discontinuità rispetto al passato. Dove stia questa discontinuità però, a guardar bene, non è così chiaro.

Ciò di cui parlano i CEO è argomento della teoria degli stakeholder -possiamo dire in italiano portatori di interessi-, resa pubblica verso l’inizio degli Anni Settanta del secolo scorso, proprio negli anni cui iniziavano le riunioni della Roundtable. Nessuna impresa può veramente prosperare se un interesse prevale eccessivamente sugli altri, schiacciandoli. Eppure in tutti questi anni i CEO hanno operato al servizio di un solo stakeholder: lo shareholder o azionista.

Che ora i CEO dichiarino che gli interessi degli azionisti non devono essere collocati al di sopra di tutto il resto appare un passo avanti. Dobbiamo però chiederci se non si tratti di una mera affermazione di principio.

Dire che è essenziale per il successo di ogni impresa il contributo di tutti gli attori sociali -dipendenti, clienti e fornitori- è dire l’ovvio. Dire che l’azienda è una costruzione comune, e che un’azienda esiste solo se esiste una comunione di intenti è dire cosa nota ad ogni lavoratore, ad ogni manager ed ad ogni cittadino. Gli stessi CEO della Roundtable già a partire dagli Anni Settanta si sono espressi varie volte a favore della Corporate Social Responsibility, che consiste appunto nel prendere in considerazione i diversi interessi in gioco. Cosa c’è di diverso ora? Ben poco, o forse nulla.

Il CEO è nominato e pagato dagli azionisti. Anzi, è quasi sempre un azionista lui stesso, perché una parte della sua remunerazione passa sotto forma di azioni della società. E addirittura in qualche caso è, come Bezos di Amazon, uno dei membri della Roundtable, l’azionista di maggioranza.

Se leggiamo lo Statement, vediamo che le belle affermazioni di principio non sono accompagnate da nessun impegno dei CEO a far accettare agli azionisti una riduzione della loro fetta della torta. Non viene messo in discussione insomma il fatto fondamentale: sono gli azionisti a decidere come dividere le fette della torta.

Dunque, più che plaudire allo Statement, prendendolo per un forte, salutare nuovo vento che soffia sulle imprese e la loro gestione, è opportuno chiedersi se si tratti di una mera strategia comunicativa: nel momento in cui cresce un’onda di critica sociale contro certe eccessive remunerazioni dei CEO e contro la loro sudditanza rispetto alle aspettative dello shareholder dominante: l’azionista, i CEO fanno propria l’argomentazione, dichiarandosi a favore degli interessi di lavoratori, clienti, fornitori, eccetera. Abbagliati dalla dichiarazione, finiamo credervi, senza notare che non contiene nessun vero impegno.

Se i CEO avessero voluto essere veramente ‘discontinui’, avrebbero dovuto compiere un atto coraggioso, dal quale si sono tenuti ben lontani. Avrebbero dovuto impegnarsi ad un radicale mutamento nella Governance, proponendo che ad indicare loro strategie ed obiettivi e a definire la loro remunerazioni siano non solo gli azionisti, ma siano invece, in parti uguali, tutti gli stakeholder citati nello Statement: azionisti, lavoratori, clienti e fornitori, e comunità.

Che una simile via -coinvolgere di tutti gli stakeholder nel governo dell’impresa- sia praticabile, resta da vedere. Resta da vedere anche se e come sia possibile costruire meccanismi efficaci, tali per cui la strategia emersa come punto di incontro tra interessi diversi non sia un compromesso al ribasso.

E comunque, questa sì sarebbe una storica discontinuità. Non lo è lo Statement dell’agosto scorso. Così come sono stati proposti, l’“investire nei nostri dipendenti”, il “trattare in modo equo ed etico con i nostri fornitori”, il “supportare le comunità in cui lavoriamo” resteranno vaghi indirizzi, che l’azionista potrà in ogni momento decidere di disattendere.

Un ultimo commento è doveroso: forse il favore con il quale lo Statement è accolto dipende da questo: fa comodo pensare che di fronte all’impellente bisogno, da tutti percepito, di business più ‘sostenibili’, più aperti al futuro, più equi, siano i CEO a farsi carico del cambiamento. Non è così: un ‘nuovo ordine’ nel business si affermerà solo se ogni manager ed ogni lavoratore, ed ogni attore sociale contribuiranno fattivamente, assumendosi responsabilità personali.

Questo articolo appare come Editoriale sul numero 140, ottobre 2019, di Persone & Conoscenze, rivista che dirigo.

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