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Epidemia o pandemia

di Francesco Varanini 12 Agosto 2020

Si sente dire di frequente: “E’ stato uno tsunami”. L’uso di questa espressione si presta a qualche riflessione. La parola giapponese sta per ‘onda del porto’, onda anomala o serie di onde. Potremmo benissimo tradurre maremoto. Eppure piace usare parole straniere, parole di cui in fondo non conosciamo il significato. E’ in fondo un modo per prendere le distanze dal fenomeno, da ciò che accade, da ciò che viene tra noi; è un modo per attribuire all’evento la caratteristica di una fatalità ineluttabile, allontanando da noi ogni responsabilità, e giustificando ogni nostro errore, ogni nostra incuria.

Ci converrebbe invece ricordare che le nostre capacità si mostrano proprio nel momento dell’emergenza, quando accade qualcosa di imprevisto. Non c’è grande merito nel far fronte ad accadimenti già accaduti quasi uguali nel passato.

Di fronte ad eventi catastrofali come quello che abbiamo vissuto, e stiamo ancora vivendo, l’apprendimento più importante non consiste certo nell’aver capito via meglio come far fronte a questo virus. Il prossimo virus sarà diverso, esigerà differenti cautele. Ed anzi, ci cenviene pensare che la prossima catastrofe non sarà una epidemia. L’apprendimento più importante sta nell’imparare a far fronte all’emergenza, quale che sia; la lezione. Imparare a reagire in modo sempre più rapido, più preciso, più adeguato alla contingenza; impararare a far fronte all’imprevisto.

Vivere l’epidemia o dichiarare la pandemia

Così come il greco peiráo, il latino perior significa: ‘io provo’. Da qui ex-perior, e quindi esperienza, sperimentazione. Qualcuno ha modo di ‘toccare con mano’, di osservare e quindi di capire. Di conseguenza, rende edotti gli altri umani di ciò che ha compreso. Questa dovrebbe essere la scienza. Non sempre però gli Esperti hanno fatto veramente esperienza di ciò ci cui parlano. Eppure parlano, e la loro parola cade sulla testa dei cittadini come Legge.

Già in latino troviamo le parole experientiaexperimentum, ma la parola più usata, e più pregna di significato, tra i derivati del verbo perior, era un’altra: periculum. ‘Tentativo’, ‘prova’, e anche ‘rischio’. La parola finirà per dar nome alla situazione in cui la sicurezza è minacciata, ma in origine il periculum è il coraggioso tentativo di affrontare l’emergenza, il fenomeno: qualcosa che appare, accade per la prima volta. Il periculum è accettare il nuovo che è venuto presso di noi, tra noi.

Esemplare periculum è l’epidemia. Epi: presso, in mezzo, tra; demos: contrada, regione, territorio, e poi popolo che abita quel territorio. Epideméo è in greco ‘vivo nel mio paese’, in patria, tra i miei, nel seno del mio popolo. E poi anche: risiedo tra quelle persone come forestiero.

Epidemía sta per ‘soggiorno in un luogo’, ‘visito’. ‘Vengo tra voi’. Basilio, Dottore della Chiesa, nel Terzo Secolo scriveva: “l’epidemia del Cristo”. Una pioggia persistente è un’epidemia. Ed lo è anche: ‘la venuta del male’.

Il significato della parola è dunque chiaro: un nuovo virus -in latino: veleno- giunge nel nostro paese, nella nostra comunità, in questo luogo, per vivere tra noi; anzi giunge per vivere dentro di noi: nel nostro corpo. Dovremo dunque per dura esperienza capire come far fonte a questa inopinata venuta, a questa irruzione.

Certo possiamo far tesoro di precedenti esperienze. Prima, altri virus erano giunti tra noi, dentro di noi. Qualcosa certo abbiamo imparato. Dobbiamo farne tesoro. Ma con cautela. Ogni virus è diverso dall’altro. Conviene concentrare l’attenzione su questo virus. Provare a difendersene. Accettare di andare a tentoni.

Di fronte al nuovo virus, la risorsa cui fare affidamento è l’esperienza di chi ha ospitato il veleno dentro di sé; l’esperienza di ogni medico che si è trovato a curare questo veleno. Ogni singola umana esperienza è utile, ogni tentativo di risposta aggiunge qualcosa.

Di fronte al male che giunge tra noi, al veleno che si introduce dentro di noi, tutti saranno disposti a condividere le esperienze. Nessuno si tirerà indietro. Nell’emergenza, infatti, scatta la solidarietà.

Le esperienze potranno essere messe insieme, reciprocamente offerte. Come è emerso il male, emergerà una risposta adeguata.

Si può dunque sostenere che la risposta all’epidemia –epi demía: il venire del male tra il popolo- sta nella democrazia: demos kratós, la forza del popolo.

Ma non sempre il cittadino è considerato agens, attore consapevole della propria cura. Spesso anzi non è nemmeno considerato in grado di descrivere la propria esperienza.

Il patrimonio di conoscenze della persona e del medico che sono stati a diretto contatto con il male, dovrà essere filtrato e sintetizzato norme, regole, protocolli: il cittadino è ridotto a patiens, utente, oggetto passivo di attenzione professionale.

La malattia, così, non è più la cosa indesiderata che è venuta tra noi. E’ un qualcosa che solo gli specialisti possono comprendere e combattere.

Contestualmente, l’attenzione si sposta dal doloroso caso singolo, dall’essere umano costretto ad ospitare il veleno, a sempre più vaste anonime popolazioni; dal singolo luogo, dove il male ha prodotto specifici effetti, ad un territorio sempre più ampio, che alla fine è l’intero globo.

A sancire il cambiamento di approccio, servono parole nuove.

In greco antico pándemos è qualcosa che riguarda tutto il popolo, inteso per lo più come massa indistinta. Il significato del termine esclude qualsiasi riferimento ad ad un nuovo arrivo, o una malattia. Ma serve un’espressione che richiami il senso dell’epidemia, e allo stesso tempo vi si opponga. E’ così che nel 1853 la parola nuova: pandemy, pandemic, compare nel Medical Lexicon di Robley Duglison. Sono gli anni in cui la medicina, l’antichissima arte del ‘riflettere per curare’, si trasforma in scienza – non a caso il sottotitolo del fortunato manuale, già giunto alla nona edizione, recita: Dictionary of Medical Science.1 La pandemia, si legge, è “un’epidemia che attacca the tutta la popolazione [whole population]”.

L’epidemia è l’esperienza di chi, vivendo in un luogo, vive in carne propria il sopraggiungere del male. La pandemia è invece una sanzione ufficiale, è la dichiarazione di un’alta e lontana autorità, basata su criteri che l’autorità stessa ha stabilito.

Il concetto stesso di pandemia, infatti, rende necessario l’istituzione di un ente dotato di autorità globale. Dal 1948 questo compito di vigilanza sanitaria universale è esercitato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Cui compete la definizione della pandemia e la decisione di dire ad ogni essere umano: la pandemia è tra noi. La gestione del caso singolo e l’attenzione alla situazione locale, a questo punto, sono ridotte a mere conseguenze di una strategia generale.

Resta comunque difficile definire cosa debba intendersi per “whole population”. Varie le polemiche e divergenze, tra gli addetti ai lavori, intorno alla definizione di pandemia ed ai citeri in base ai quali la pandemia può o deve essere dichiarata. Varie anche le polemiche attorno a dichiarazioni di pandemia immotivate, e a dichiarazioni di pandemia mancate.2

La regola vigente dal 1999, giudicata da molti imprecisa, comunque dice: “La pandemia sarà dichiarata quando è stato dimostrato che il nuovo sottotipo del virus ha causato diversi focolai in almeno un paese e si è diffuso in altri paesi, con modelli di malattia coerenti che indicano che la morbilità e la mortalità gravi sono probabili in almeno un segmento della popolazione”.3

Sta di fatto che in base a questa norma, l’11 marzo 2020 Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dichiara: “Siamo giunti alla conclusione che il COVID-19 può essere considerato una pandemia”.4

Fu una dichiarazione tardiva. In gennaio lo stesso Adhanom elogiava le misure adottate dal governo cinese. L’OMS è organismo sovranazionale notoriamente condizionato da equilibri politici, nei quali la Cina stessa ha un gran peso. E’ anche innegabile il fatto che l’OMS subisce il condizionamento delle gradi case farmaceutiche, indispensabile interlocutore coinvolto nella ricerca e nella produzione in grande scala delle risposte mediche al virus.

Scienza e tecnica coltivano il progetto di fornire risposte e strumenti universali. Si coltiva l’immagine di una Comunità Scientifica coesa, orientata ad una disinteressata ricerca del progresso, slegata da interessi finanziari e politici. E’ una narrazione, di comodo, alla quale, giustamente, i cittadini sono restii a credere.

Ci sono motivi per credere che esistano commistioni di interessi e legami poco chiari tra membri della cosiddetta Comunità Scientifica ed enti di cui L’OMS è caso esemplare.

I funzionari dell’OMS, in fondo, rappresentano abbastanza bene il tipo ideale dell’esperto che è tale non per aver personalmente sperimentato, ma per definizione, per appartenenza ad un ente che sancisce l’autorità dei propri funzionari.

Gli esperti, legittimati dall’appartenenza a un qualche ente, ad una qualche università o ad un qualche centro di ricerca, finiscono per essere presi come oracolo da giornalisti e cittadini.

Nonostante ammettono di non avere alcuna sicurezza ‘scientifica’ in merito al come affrontare il nuovo virus.

Si può dunque dire che quand’anche la pandemia sia ufficialmente dichiarata, essa andrà affrontata come sempre si è affrontata un’epidemia: nuovo che irrompe, a cui si deve trovar risposta.

Risulta infatti ancora attuale la definizione che leggiamo nel Medical Lexicon di Dunglison: l’epidemia è “una malattia che attacca allo stesso tempo un certo numero di individui, e che dipende da qualche particolare costitutio aeris, o condizione dell’atmosfera, rispetto alla quale siamo totalmente ignoranti”.

Gli stessi scienziati specializzati in epidemiologia e in virologia, gli stessi esperti dell’OMS e di ogni altro ente, sono costretti a dichiararsi ignoranti. Accettare la propria ignoranza è il miglior punto di partenza per ogni cercatore di conoscenza, e di risposte adeguato all’apparire del nuovo.

Cosicché nei momenti più gravi si torna a ricorrere alle stesse antiche, sagge misure -quarantena, distanziamento sociale- che la medicina tramanda da tempo immemorabile. Quarantena. Distanziamento sociale. Cautela richiesta ad ognuno.Per far fronte al fenomeno, molte azioni possono essere sperimentate. Si ha notizia infatti di diverse azioni che si sono mostrate tempestive efficaci. Azioni nate da tentativi locali, dall’osservazione attenta e partecipe del male, e dall’intelligenza e dalla saggezza di medici e ricercatori. Ma ognuna di queste iniziative ha dovuto far fronte al mancato sostegno, ed anzi all’ostilità dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, e di ogni altro Ente Centrale, inevitabilmente lontano dai territori dove il male si è insediato, ma attento ad imporre i propri standard, la propria supervisione, le proprie regole. Le proprie risposte.

Nel mentre queste soluzioni scientifiche e definitive e sicure e universali vengono nelle sedi appropriate studiate, definite, negoziate tra le lobby interessate, il cittadino è ridotto all’inerzia, minato nella fiducia in sé stesso. Resterà passivamente in attesa del momento in cui sotto l’egida dell’OMS a lui, come ad ogni cittadino del pianeta verrà somministrato il vaccino.

Viene così reciso il vitale legame del cittadino con la propria esperienza. Cade anche la possibilità di sentirsi responsabili in prima persona, di contribuire a trovare il modo per proteggere sé e e gli altri, per convivere con l’ospite indesiderato, fino ad estirparlo o a renderla innocuo. Ogni scelta sarà in carico ad autorità, a membri della comunità scientifica. Saranno loro a dirci cosa fare, saranno loro anche a dire a quali reazioni del nostro corpo, a quali sensazioni dovremo porre attenzione.

Tecnici e scienziati ed esperti, più che alle notizie che giungono dal territorio, continuano a lavorare ai loro modelli, e a fidarsi dei loro modelli, e a imporre ai cittadini fiducia nei loro modelli.

Nonostante i modelli siano inevitabilmente specchi che riflettono il passato, e dipendano dalla alla qualità, dai quantità, dalla rappresentatività dei dati dai quali sono alimentati. Qualità, quantità, rappresentatività mai abbastanza bene esplicitate. Nonostante i modelli siano sempre condizionati dalle conoscenze, dai pregiudizi, dai preconcetti di chi li ha elaborati. Nonostante i modelli restino comunque niente più che testi, fonti da interpretare. Nonostante gli autori dei modelli, più che di fidarsi della propria capacità di interpretazione -cogliere nel modello le anomalie, l’irruzione del presente, il segno di ciò che sta accadendo in questo istante- tendano a delegare l’interpretazione ad algoritmi: procedure automatiche.

Ciò che i tecnici chiamano freddamente dati e tracciamenti,5 sono in origine proprio questo: narrazioni di esperienze vissute in prima persona, nel proprio territorio, da cittadini e da medici in prima linea.

Oggi le tecnologie aiutano enormemente. Ciò che prima appariva impossibile, oggi si può fare: le esperienze possono essere veramente raccolte, messe insieme e reciprocamente condivise. Le conoscenze condivise si fertilizzeranno l’un l’altra. La complessiva comprensione del fenomeno, del suo continuo evolversi, crescerà esponenzialmente.

Ma purtroppo ai cittadini non viene detto: condividiamo le esperienze. Viene detto invece: usa una app. Senza spiegare lo scopo della app; senza spiegare che la app è un programma, ovvero un insieme di istruzioni impartite alla macchina; senza spiegare che la app è condizionata nel suo funzionamento dal sistema operativo della macchina; senza spiegare che la app è solo un’interfaccia destinata a trasmettere altrove dati.6 Senza spiegare che si tratta di costruire insieme una risposta fondata sulla cooperazione e la partecipazione.

La distanza tra la parola epidemia e la parola pandemia ci ricorda in modo sintetico la distanza tra due scelte tecnologiche, due modi di intendere la cultura digitale.

C’è una cultura digitale che si sostanzia nella costruzione collettiva di conoscenza, nell’apertura di reti di relazioni sociali, ed una cultura digitale che si riduce a fornire un nuovo pulpito ad autorità legittimate dal solo appartenere ad élite già costituite, il cui atteggiamento consiste nel tentativo di ‘far capire alla gente quello di cui stiamo parlando’. Quello di cui stiamo parlando noi, tramite i nostri codici che solo noi possiamo veramente usare con finezza.

Il cittadino così è costretto a disporre solo di divulgazioni, banalizzazioni, che portano sempre in sé il metamessaggio: ‘sono magnanimo e ti parlo, anche se sono convinto che tu non possa veramente comprendere’.

Fuggire nella simulazione digitale: una tentazione quasi irresistibile

Ogni cittadino del pianeta -e sopratutto ogni cittadino abitante nelle aree più toccate dalla modernità digitale: le metropoli- si è trovata all’inizio del 2020 a vivere le conseguenze di una catastrofe. Siamo così stati costretti a fare esperienza di come l’evento inatteso faccia apparire inadeguato ognuno dei sistemi organizzativi ai quali ci affidiamo, e nei quali riponiamo fiducia: non solo il sistema socio-sanitario, ma anche il sistema dei trasporti, i sistemi produttivi: la sicurezza sul posto di lavoro, il sistema delle comunicazioni di massa: chi è in grado di fornire notizie affidabili ai cittadini, chi è deputato a parlare, di chi i cittadini si dovranno fidare.

Di fronte alla catastrofe, tecnici e scienziati e cittadini, finiscono per condividere lo stesso senso di impotenza: c’è la novità assoluta dell’evento, dell’arrivo tra noi e dentro di noi di un ospite del tutto sconosciuto, ma c’è anche la percezione, di fronte alla reale emergenza, di come sia difficile progettare ed attivare sistemi di regolazione, ispettivi e preventivi, capaci di tenere sotto controllo i fenomeni sconosciuti, azzerando gli effetti nocivi. Si finisce per rendersi amaramente conto che le procedure di sicurezza si manifestano in realtà, se tutto va bene, come misure tese ad attivare -a catastrofe avvenuta- un ‘pronto intervento’, in modo da minimizzare, certo senza azzerare il danno, gli effetti danno si dell’evento.

Cittadini abituati a godere delle comodità e degli agi garantiti dalla scienza e dalla tecnica, ci troviamo ad essere nudi e soli, costretti a confrontarci con l’insicurezza e il rischio.

Quando tecnici e scienziati, pur appellandosi alla voce della Comunità Scientifica, non sanno darci spiegazioni confortanti e rassicuranti, inevitabilmente torniamo a vivere in un timore accompagnato da un senso di reverenza per il fato. Siamo ancora gli esseri umani che -prima di essere rassicurati, o illusi, dai ritrovati della scienza e della tecnica- necessariamente vivevano in un atteggiamento di soggezione di fronte a ciò che minaccia la nostra vita. Siamo tornati a percepire la presenza di forze cosmiche, tanto più grandi di noi, più potenti, prodotto di ritmi elementari ed ostinati della Natura.

Di fronte all’enormità dell’evento, di fronte ad un fenomeno misterioso, ad un pericolo sconosciuto ed invisibile, a quali informazioni si dovrà dare credito? Si dovrà porre fede alle parole degli esperti? Ma chi può essere esperto di fronte ad una catastrofe mai verificatasi prima? Le notizie ufficiali emanate dalle autorità sono credibili? O sono le meno attendibili, perché finalizzate non ad informare, ma a tranquillizzare? Dove sta il vero e dove il falso?

L’impossibilità tecnica di contrapporre all’evento azioni risolutive, spinge a cercare soluzioni di ‘resistenza passiva’. Soluzioni tattiche che in termini militari corrispondono alla ‘ritirata’. Soluzioni elementari, che gli esseri umani conoscono dai tempi delle origini. L’ambiziosa epidemiologia si riduce così a scienza dell’internamento.

Se dunque il primo passo gestione dell’emergenza è chiudere in casa e imporre il distanziamento sociale, secondo, connesso passo sta nell’uso di tecniche di comunicazione di massa, tese ad evitare la diffusione del panico. La situazione deve apparire alla popolazione ‘sotto controllo’.

Perciò conferenze stampa televisive di autorità speciali che parlando da dietro le mascherine snocciolano dati, uomini in uniforme o coperti da tute che dettano regole ferree – non importa se insensate, elicotteri, droni, vetture pubbliche che lanciano messaggi dall’altoparlante, in strade vuote.

Come spesso accade, troviamo nei romanzi una interpretazione degli eventi ben più ricca e più profonda di ciò che ci è dato da evincere dalla parole delle autorità e dei tecnici e degli scienziati.

Si può dire in fondo che il romanziere da voce alla consapevolezza dei cittadini – che in cuor loro sanno ciò che sta accadendo.

Ricordiamo come Manzoni descrive il sopraggiungere dell’epidemia. “In questo, e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de’ viventi”.

Ricordiamo come Manzoni parla del senso di impotenza: “I delegati presero in fretta e in furia quella misure che parver loro migliori, e se ne tornarono, con la trista persuasione che non sarebbero bastate a rimediare e a fermare un male già tanto avanzato e diffuso”.

Manzoni ci suggerisce anche ciò che, avendo vissuto l’esperienza, ci converrebbe ricordare. “La storia ha descritte con molta diligenza le sue imprese militari e politiche, lodata la sua previdenza, l’attività, la costanza: poteva anche cercare cos’abbia fatto di tutte queste qualità, quando la peste minacciava, invadeva una popolazione datagli in cura, o piuttosto in balìa”.7

Anche oggi scienza e tecnica hanno lasciato la popolazione in balia. Ma c’è un aspetto nuovo, nelle tecnologie digitali. Manzoni non poteva prevederlo. Ce ne parla Don De Lillo, romanziere americano, raccontando di una emergenza: una fuga di gas tossico.

“Accidenti, che bracciale! Che significa SIMUVAC? Una cosa importante, si direbbe”, chiede un cittadino ad un uomo nascosto dietro una tuta, apparentemente un addetto alla protezione civile.

Ma no, non è un addetto addetto alla protezione civile. E’ un addetto alla Simulated Evacuation.

“Un nuovo programma governativo per il quale stanno ancora battendosi per avere i fondi”, spiega il tecnico al cittadino. Che non può fare a meno di stupirsi: “Ma questa evacuazione non è simulata. E’ reale”. Il tecnico gli risponde così: “Lo sappiamo. Ma abbiamo pensato che poteva servirci come modello”.

Qui sta il nuovo rischio. Cercare soluzioni in modelli digitali. Usare la realtà per migliorare i modelli’. Pur sapendo che il modello si rivelerà inadeguato di fronte ad ogni nuova reale catastrofe.

Contrabbandare la simulazione digitale per realtà fenomenica.

“Una forma di addestramento? Vuol dire che avete visto l’opportunità di servirvi dell’evento reale per provare la simulazione?”, chiede sorpreso il cittadino. “Siamo andati a studiarlo per le strade”, risponde senza scomporsi il tecnico.

“E come va?”, chiede allora il cittadino. Il tecnico, osservano ciò che vede sullo schermo del suo computer, risponde: “La curva di non fila liscia come avremmo voluto”. “Non abbiamo le nostre belle vittime lì dove le vorremmo se questa fosse una simulazione. In altre parole siamo costretti a prendere le vittime dove le troviamo”. Fino ad ammettere sconsolato: “Non ci troviamo di fronte a una cosa preparata dal computer. Di punto in bianco ci salta fuori dal vero, tridimensionale, dappertutto. Si deve tener conto del fatto che tutto questo che vediamo stasera è reale. Dobbiamo dargli ancora una gran ripassata. Ma l’esercizio serve proprio a questo”.8

L’osservazione del reale può essere intesa ora come mera fonte di informazioni destinate alla costruzione di una comoda realtà simulata. La percezione del giungere del veleno tra noi, dentro di noi, l’umana sofferenza per ciò che sta accadendo a noi stessi, ad ogni essere umano, all’ambiente naturale, possono ora essere allontanate da noi, perché ci viene offerta una via di fuga digitale.

Se la tecnologia non è in grado di mettere sotto controllo le catastrofi, permette però di costruire mondi virtuali nei quali le catastrofi sono messe sotto controllo.

Possiamo immaginarci immersi in una vita artificiale ricondotta a standard, prevedibile e sicura, dove ci dato da considerare vero ciò che appare sugli schermi dei televisori e sugli schermi degli strumenti digitali che accompagnano ogni cittadino in ogni istante della vita quotidiana.

Rispetto all’incontrollabile caos della ‘vita reale’, l’alternativa appare per qualche verso attraente. Ma allo stesso tempo ripugnante.

Nota. Una versione ridotta di questo articolo è apparsa sul quotidiano digitale Parole di Management, in due puntate: Apprendere dal virus: il contagio delle esperienze, 10 agosto 2020; Apprendere dal virus: fuggire nella simulazione digitale, 11 agosto 2020.

1Robert Dunglison, Medical Lexicon. Dictionary of Medical Science, Blanchard and Lea., Philadelphia, 1853. Nona Edizione [Prima Edizione 1833].

2Peter Doshi, “The elusive definition of pandemic influenza”, Bulletin of the World Health Organization, 89, 2011, pp. 532-538. Heath Kelly, “The classical definition of a pandemic is not elusive”, Bulletin of the World Health Organization, 89, 2011, pp. 540-541.

3“Influenza pandemic plan: the role of WHO and guidelines for national and regional planning”, World Health Organization, Geneva, 1999. § 3.3 Phase 1: Confirmation of onset of pandemic, p. 14. http://www.who.int/entity/csr/resources/publications/influenza/whocdscsredc991.pdf. [Luogo visitato il 17 aprile 2020].

4“WHO Director-General’s opening remarks at the media briefing on COVID-19”, World Health Organization, Geneva, 11 March 2020. https://www.who.int/dg/speeches/detail/who-director-general-s-opening-remarks-at-the-media-briefing-on-covid-19—11-march-2020.

5 Molly Bode, Matt Craven, Markus Leopoldseder, Paul Rutten, Matt Wilson, Contact tracing for COVID-19: New

considerations for its practical application, Mc Kinsey and Company, Global Public Health Practice, May 2020.

6Eric Rescorla, “Looking at designs for COVID-19 Contact Tracing Apps”, The Mozilla Blog, April 20, 2020. https://blog.mozilla.org/blog/2020/04/29/designs-contact-tracing-apps/

7Alessandro Manzoni, I promessi sposi, con illustrazioni di Francesco Gonin, Tipografia Guglielmini e Redaelli, Milano, 1840- 1842 [pubblicato a dispense, a spese dell’autore].

8Don De Lillo, White Noise, Viking Press, New York, New York, 1985. Trad. it. Rumore bianco, Pironti, Napoli 1987; poi Einaudi, Torino, 1999.

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