Contributi

Il libro degli oblii – memorie transoceaniche del contagio. n.6

di Guido Tassinari 25 Maggio 2021

settembre, che può pure essere crudele anche esso

l’undici settembre 2001 già da qualche anno abitavo a washington, dc dopo due anni trascorsi a new york, avevo casa in centro ma le mattine andavo a lavorare come maestro nelle scuole elementari dei sobborghi più poveri a grande prevalenza afrodiscendente. la maggioranza dei bambini, cioè afrodiscendenti lo siamo tutti, ma vabbè; in alcune scuole, avevano almeno un genitore in carcere o con precedenti penali; a molti fra i bimbi ogni mattina venivano somministrati psicofarmaci, una delle gite scolastiche che si facevano alcuni anni l’unica era alla galera, sembra uno scherzo ma purtroppo non lo è, per educarli al rischio che correvano, suppongo, anche se non l’ho mai capita veramente la logica ma ojalà come deve essere crescere con la consapevolezza che nella tua vita avrai una probabilità su tre di finire prima o poi in galera anche se ho passato con quei bimbi anni non me ne capaciterò mai, anche perché non è che fosse un titolo di merito essere finito lì, è che il programma di intercultura in cui ero inserito, pagato dall’ambasciata italiana, era concentrato lì. avevo un sacco di scuole, e facevo un’ora qui, un’ora là, muovendomi in macchina da istituto a istituto. comunque ero contento di quello che facevo, ho imparato molto come si suole dire, i bimbi iboh. quel giorno, l’undici settembre 2001, salendo in macchina per andare alla seconda ora di lezione in una seconda scuola, come sempre accesi la radio su npr national public radio la rai americana; il cronista stava dicendo più o meno l’autorità aeroportuale ha decredato la chiusura dello spazio aereo sulla costa est a causa dell’allarme.. e via così per un po’ con dettagli tecnici ma senza una parola sulla causa; evidentemente a parte me tutti già sapevano cosa stesse succedendo. io intanto pensavo ‘sti cavolo di americani ogni volta che accade qualcosa subito partono con uno stato di emergenza e intanto guidavo. arrivai nell’altra scuola, e andai in sala professori era piena inusuale segretari maestri in pausa c’era la televisione accesa; la prima torre fumante, tempo uno, due minuti il secondo aereo sfracellò la seconda torre. niente lacrime né urla, alcuni ridenti istericamente tutti a bocca aperta coprotagonisti di un film catastrofico. dopo un po’, un bel po’ e mo’ che diavolo facciamo?. passarono un paio d’ore, arrivarono istruzioni dal provveditorato: tenete i bambini in classe fino alla fine dell’orario regolare, e dite loro cosa è successo. bene cioè male, andai a fare la mia prima lezione, spiegai come potevo quello che avevo visto alla tivù. con la genialità di cui a volte danno mostra i fanciulli ma c’è stata una rapina?, ma i colpevoli sono riusciti a fuggire?, e via così. poi alla chiusura ore in coda per tornare a casa attaccato alla radio, nessuna notizia di famiglia e amici; il sistema telefonico era completamente collassato, non che avessi un cellulare, mai avuto uno fino al 2019, figurarsi. nei mesi successivi, stato di polizia: la città circondata da posti di blocco, si poteva uscire dalla metropoli solo con permessi, gli aeroporti blindati, vabbè la storia è conosciuta. l’anno dopo decidemmo di andarcene e di venire in italia, non era più molto divertente vivere in uno stato militarizzato. nel mentre, qualche giorno, forse settimana, dopo quell’undici, pranzo di famiglia a casa di mio suocero, gli ultimi anni della sua carriera militare li aveva passati con suo grande dolore fino a finirne depresso spento nell’intelligence della marina al pentagono, alla televisione accesa si racconta che il presidente e il vicepresidente sono protetti, distanziati come si dice ora, in località segretissime, e egli cioè il suocero non più depresso, con la massima naturalezza dice ah sì, io lo so dove sono. tutti ci guardammo come dire, chee? e lui, qualcosa tipo, sì certo per tutte le élite, pubbliche, private, da sempre ci sono piani di protezione speciale nel caso di emergenze: bush jr presidente jr l’hanno mandato in un bunker sotto questa montagna, e indica la mappa, e cheney vicepresidente sr sotto quest’altra. andrà solo peggio, nel dopodelirius, e io come ho detto sono di natura ottimista. l’unica cosa buona che potrebbe succedere, ma non sono nemmeno sicuro di questa, almeno in questa penisola, è che svaporino i neonazisti stupidi cogovernanti oggi.

hannah arendt ha scritto che i sovietici e i nazisti rimpiazzavano i migliori intelletti con disperati e stupidi perché la loro mancanza di intelligenza e creatività era la migliore garanzia di lealtà, tò pure rima baciata, per il resto solo macerie e una nuova versione del sempiterno fascismo italiano, del quale già vediamo la versione più cialtrona in queste ore, non che gli altri fascismi nostrani non fossero cialtroni, è sempre stato il loro tratto comune come scrisse flaiano il fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazion, esalta i loro odi rassicura la loro inferiorità il fascismo è demagogico ma padronale retorico xenofobo odiatore di cultura spregiatore della libertà e della giustizia oppressore dei deboli servo dei forti sempre pronto a indicare negli altri le cause della sua impotenza o sconfitta; bella lì.

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Ho quarantatré anni e ho fatto tanti mestieri, a Milano e in giro per il mondo: camionista, imbianchino, strillone, bambinaio, clown, venditore di cinture, osservatore Onu, esperto di aiuti umanitari, valutatore di politiche pubbliche, aperto una scuola di italiano per stranieri poveri e una di cucina per americani ricchi, scritto libri.

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