Contributi

Il libro degli oblii – memorie transoceaniche del contagio. n.7

di Guido Tassinari 27 Maggio 2021

ricamatrici

con l’abilità di ricamatrice di mia madre ho cominciato queste lunghe notti di ricordi e novellare per sentirti vicina, ma è un talento che ha ereditato, ella io no ahimé dalla sua di madre e dalla madre di sua madre e io che a malapena mi ricucio i bottoni che perdo in continuazione ammiro assai. molto prima di quell’episodio, forse quello da cui origina la sua abilità e fantasia di cucitrice, se fosse un giallo alla cherteston potresti chiamarlo il caso delle mutande naziste. la famiglia di mia madre al momento della liberazione si trovava da oltre un anno in un campo per sfollati in provincia di cremona, ormai riunita, a parte il primogenito, che comunque in un periodo di congedo dall’accademia militare allora dell’esercito fascista di salò, di modena in visita alla famiglia si era riuscito a fidanzare con una ragazza di un paese vicino al campo, orfana prima di dodici fratelli che stava tirando su ella, come avrebbe poi fatto con disciplina ferrea fino agli anni ottanta. al momento della liberazione dicevo, mia madre andava per i sei anni, stava sempre in giro, i bombardamenti erano finiti, se la sciallava con gli altri bambini, anche se qualche settimana era stata un po’ dura, dopo l’arresto del padre e del terzogenito in quanto collaborazionisti con le autorità del campo, gestito dalla milizia fascista. un po’ dopo il 25 aprile gli americani iniziarono la distribuzione alimentare, cinquant’anni dopo, quando mia madre venne a trovarmi all’america per la prima volta un giorno addentando un tramezzino a colazione a casa della consuocera se ne uscì con un ma cos’è questa cosa qui?, era burro di arachidi, oh gesù non sapevamo cosa fosse ma ce lo davano da bambini mai risentito lo stesso sapore fino a oggi. ah, cosa fa la memoria olfattiva! vabbè, non è questa la parte divertente. la parte divertente, non so spiegare perché ma i racconti famigliari in particolare quelli di mia madre mi fanno sempre ridere altra prova che sono scemo, vabbè, ma è che la famiglia di mia madre fa valente di cognome. la gestione del campo, anche prima della liberazione, prevedeva la distribuzione dei beni in ordine alfabetico sicché loro a parte ogni tanto per i magheggi di mio nonno con le altre guardie egli, il nonno, che a differenza del primogenito non aveva mai voluto sapere nulla dei fascisti, era entrato nella milizia volontaria per sfamare la famiglia la cosa che poi gli procurò tutti i suddetti problemi al tempo della liberazione, insomma arrivavano sempre ultimi anche per quello che riguardava gli indumenti. per fortuna la sua sposa mia nonna aveva fatto la sartina tutta la vita, cioè lavorava a casa su commessa con la sua singer comprata con i risparmi fatti negli anni di emigrazione francese, al campo la singer non l’aveva essa era rimasta nella casa di roma ma era in grado di ingegnarsi con qualsiasi straccio o scampolo, che poi era tutto quello che finiva puntualmente a loro. al momento della liberazione, dicevo, i bambini iniziarono a essere visitati da un medico di campo. quando arrivò il turno di mia madre, si spogliò, il medico guardò mia nonna inorridito e le disse ma che mutande le ha messo?, era che mia madre aveva delle mutande di tela con stampata su la svastica: l’unica stoffa che sua madre mia nonna era riuscita a ricevere nell’ultimo periodo era una bandiera nazista e con quella c’aveva fatto le mutande. per fortuna il medico si cappottò dalle risa e la cosa finì lì.

 

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Ho quarantatré anni e ho fatto tanti mestieri, a Milano e in giro per il mondo: camionista, imbianchino, strillone, bambinaio, clown, venditore di cinture, osservatore Onu, esperto di aiuti umanitari, valutatore di politiche pubbliche, aperto una scuola di italiano per stranieri poveri e una di cucina per americani ricchi, scritto libri.

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