Contributi

Il libro degli oblii – memorie transoceaniche del contagio. n.8

di Guido Tassinari 28 Maggio 2021

una giurisdizione universale

per quasi quattro lustri ormai sono scorsi tumultuosi e inarrestabili i proverbiali fiumi di inchiostro sul letto scavato dagli attentati terroristici a new york e washington e sul nuovo corso mondiale che essi avrebbero inaugurata ancora procede la ricostruzione del mondo post settembre 2001 ora interruptus ma riprenderà continuando a dare il peggio di sé nel postdelirius attuale, una delle sue opere cardine e potenzialmente fra le più gravide di conseguenze durature e globali è rimasta poco discussa come fosse stata sommersa dal cedimento di dighe dialettiche. all’indomani della tragedia non è un modismo sai che cerco di evitarli quanto la punteggiatura: letteralmente all’indomani, gli stati uniti uniti più o meno tutti tutti, istituzioni imprese cittadini iniziarono a interrogarsi su come risarcire le vittime degli attacchi; quattro anni di lunga seduta di autocoscienza per arrivare alla sua conclusione, che, come in tutti i drammi americani, è avvenuta in tribunale: per la prima volta nella storia, un’intera società anzi community comunità un’altra di quelle belle parole storpiate che quando la sento mi si rizzano i peli, si è fatta carico o comunità, iboh?, di stabilire, in maniera scientifica quanto valga una vita. e non una società qualsiasi, bensì la medesima che, autoassegnatasi una giurisdizione universale, ogni giorno decide il valore della vita nelle altre di società o comunità; globalmente appunto. il processo, lungo e doloroso, era iniziato appena crollate le torri gemelle, quando salpò da tutto il paese una regata di solidarietà fra cittadini e istituzioni per riempire fondi speciali di assistenza a chiunque avesse sofferto per gli attacchi. in teoria a parte la istintiva generosità che sempre si risveglia con simili avvenimenti e a parte l’oggettiva difficoltà di definire con certezza quel chiunque non ce ne sarebbe stato bisogno: le assicurazioni, da quelle dei pompieri a quelle delle aerolinee, avrebbero dovuto coprire automaticamente tutte le richieste di risarcimento. fu però subito chiaro che né gli argini delle compagnie assicurative, né quelli dei suoi principali assicurati, in primis proprio le aereolinee, avrebbero potuto reggerne l’urto da sole. il mio allora suocero e suo fratello in posizioni diverse avevano ruoli di consulenza in quell’industria e la raccontavano come traballante ai venti come mai, ancora più di adesso forse, e che vari settori industriali sarebbero annegati sotto la marea di cause attese. il parlamento varò d’urgenza lo air transportation safety and system stabilization act, cioè sussidi alle compagnie aeree, come oggi, con tre scopi: assistere i settori aereo e assicurativo; centralizzare tutti gli aiuti, pubblici e privati, in un unico fondo; evitare che ci fosse una piena di cause di risarcimento nei tribunali. a questi fini, a capo del victims compensation fund venne nominato uno special master, che bel nome, no? chi non vorrebbe nella vita essere una volta uno special master?, che avrebbe avuto voce definitiva e inappellabile sulla distribuzione dei risarcimenti, e chi avesse deciso di sfidare la ventura nella navigazione fra corti di tribunale, l’avrebbe potuto fare solo rinunciando preventivamente al riparo del fondo. lo special master, schivando ogni genere di periglio, infine giunse dopo quattro anni a una decisione, una di assoluta rilevanza, oltre che per i diretti interessati, per quello che rivela del nostro nuovo mondo, dal nuovo mondo arriva il nuovo verbo per il nuovo mondo, no?: a ogni vittima venne riconosciuto un uguale ammontare, un quarto di milione, per dolore e sofferenza, più una somma differenziata in proporzione al tenore di vita anteriore intaccato dagli attentati, che calcolata e ricalcolata, per questo ci volle tanto tempo per raggiungere un verdetto definitivo, variava da un terzo di milione a cinque milioni. ossia che l’intera società o comunità, non una compagnia assicurativa, non una corte, decise in definitiva, del valore di ogni vita e che questo valore sia proporzionale alla ricchezza accumulata e che quindi la vita di un americano ricco valga fino a tredici volte di più di quella di uno povero. e come dicevo all’inizio, questo principio potesse divenire timone e faro globale e universale; sicché un afgano o pakistano collateralmente danneggiato da un missile male mirato si possa risarcire con un centinaio di dollari, e non in quanto non americano, come si sente dire di solito ma in quanto povero. da quasi quattro lustri viviamo in questo mondo nuovo ma magari non ce n’eravamo accorti perché guerre carestie epidemie erano lontane. senza bisogno di ojalà quale pensiero cospirativo, quante volte in questi anni ho pianto e mi sono inferocito quando qualche amico italiano mi diceva eeeh ma gli americani eeeeh gli americani eeeh sai come sono ma quelle torri le hanno abbattute da sé, e io a dirgli guarda che i miei figli sono americani quindi sono americano anch’io se insulti loro insulti me, ma vabbè.

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Ho quarantatré anni e ho fatto tanti mestieri, a Milano e in giro per il mondo: camionista, imbianchino, strillone, bambinaio, clown, venditore di cinture, osservatore Onu, esperto di aiuti umanitari, valutatore di politiche pubbliche, aperto una scuola di italiano per stranieri poveri e una di cucina per americani ricchi, scritto libri.

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