Contributi

Il libro degli oblii – memorie transoceaniche del contagio.

di Guido Tassinari 24 Maggio 2021

23 marzo, martedì

maga dei boschi, irraggiungibile, la mia clausura è iniziata prima di quella impostaci dallo stato sanitariopoliziesco quando partisti. una mezzaluna dopo ho scritto di un episodio curiosocomico, che riguardava mia madre e il lunare delirio in cui fummo catapultati e lo inviai a una quarantina di amici, così, per fare sorridere; non avrei dovuto, che si sa di venere e di marte non ci si sposa, non si parte e non si dà principio all’arte; a scusare tale sfida alle stelle posso addurre che non so se potesse essere un inizio di un viaggio celeste, ma il giorno dopo ne ho avvistato orbitare un altro, rara stessa luce ma altro ramo famigliare, quello germogliato e partito verso lo spazio, che loro se ne intendono dall’altra sponda dell’oceano. la sera dopo ancora un altro, sempre con il trasfondo del contagio. ho iniziato a pensare che mi faccia bene scrivere quello che mi pare avvistare, ricordare, che sono un po’ la stessa cosa. sta diventando un’abitudine, il giorno ci penso, scruto, alla luna scrivo, poche cartelle, gettate, senza correggere; potrei abbozzarne molte ma consuete pigrizia e titubanza a parte ho deciso di seguire questa sorta di disciplina. un po’ alla volta mi sembra, al di là della mio volontà, che stia partendo per un ciclo celeste suo, ojalà da un’alba quarantina potranno essere illuminate insieme in un panorama unico; continuo a non mandartele voglio aspettare che possano avere per te un valore maggiore di quello di ora. domani dal balcone ti chiamerò, spero di indovinare la fase lunare giusta.

 

un bandierone sul balcone

mezza luna fa, 29 febbraio 2020, anno bisesto anno funesto, si sa; mia madre, tutt’altro che patriottica nata in francia da famiglia da generazioni poveri emigranti i primi otto anni della sua vita passati da profuga, sposata poi a un giocatore di biliardo anarchico, il mio papà figlio di un attentatore dell’innominabile mascellone romagnolo, e sorella di due ragazzi discepoli del sunondetto, uno giustiziato dai partigiani a ventuno anni un altro alla liberazione incarcerato insieme al padre a quindici anni, una sorella scampata a diciotto per un pelo a un ratto nazista nascosta durante lo sfollamento fra balle di fieno, un ramo della famiglia sterminato sotto il bombardamento alleato di san lorenzo, ha ereditato una bandiera italiana enorme ma enorme davvero dal padre, soldato di frontiera nel ’15-18, scampato prima alla trincea sparando al cielo per non volere uccidere nessuno al massimo le allodole e poi al campo di prigionia austriaco per la sua rinomata arte della fuga, dalla fame dal terremoto della marsica anche se in quel caso come premio a stretto giro lo mandarono al fronte dal lavoro in miniera dalla miseria all’armageddon, vedendo bandiere alle finestre pensa metto anche io la mia, peccato che era la bandiera monarchica quella con lo stemma sabaudo in mezzo; quindi ieri cuce un pezzo di lenzuolo sulla fascia mediana poi finalmente alla luce della luna la appende sul balcone.

 

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Ho quarantatré anni e ho fatto tanti mestieri, a Milano e in giro per il mondo: camionista, imbianchino, strillone, bambinaio, clown, venditore di cinture, osservatore Onu, esperto di aiuti umanitari, valutatore di politiche pubbliche, aperto una scuola di italiano per stranieri poveri e una di cucina per americani ricchi, scritto libri.

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