Contributi

Le vie della formazione

di 10 novembre 2013

 

Proponiamo qui di seguito qualche estratto dal colloquio che apre il libro di Gianluca Bocchi e e Francesco Varanini, Le vie della formazione. Creatività, innovazione,  complessità, Guerini e Associati, novembre 2013

Qui trovate il Sommario del libro.

Francesco Varanini

Qualcosa si può dire già a partire dal senso della parola formazione. C’è un richiamo all’idea di forma. Il tedesco ci propone due parole, due concetti, Gestalt e Bildung. Proprio per distinguere tra i due concetti, Goethe arriva a ritenere necessario l’uso delle due diverse parole. In particolare un suo saggio scientifico si esprime con una chiarezza per noi commovente: “Per indicare il complesso dell’esistenza di un essere reale, il tedesco dispone della parola Gestalt, forma. Questa espressione fa astrazione dal movimento e assume che un complesso sia stabilito, chiuso e fisso nelle sue caratteristiche. Tuttavia, se consideriamo tutte le forme, e in particolare quelle organiche, troviamo che non esiste nulla di immutabile, di fisso, di chiuso, ma che tutto ondeggia in un movimento continuo. Per questo la nostra lingua suole adoperare, con sufficiente proprietà, il termine Bildung per indicare sia il prodotto sia la produzione”.

Gianluca Bocchi

Gestalt esprime l’idea di forma realizzata e statica. Nel settecento inizia ad affermarsi la figura dello specialista in campo scientifico e tecnologico, e poi anche nel campo delle humanities: specializzato in letteratura, specializzato in storia… Le varie Gestalt diventano chiuse, impermeabili l’una all’altra. L’idea di Bildung è invece dinamica: indica saperi sempre in formazione… Formazione e cultura sono inseparabili. Quando valutiamo una persona dotata di cultura, pensiamo che sappia andare oltre la specializzazione, pensiamo che sappia muoversi attraverso i nodi cruciali del sapere.

Chi è chiuso in una Gestalt non sa fare dei suoi saperi una narrazione. Ma il mondo di oggi non ci permette di restare chiusi in specialismi. Oggi ci appare evidente che non possiamo limitarci a situazioni locali, a saperi territorializzati. Edgar Morin ci ha mostrato come la vita non conosca confini disciplinari. Bios, psiche, individuale, collettivo, sociale. Corpo, mente, mondo: dove stanno i confini… Non ci sono i confini rigidi. Serve molta più Bildung. Tesi semplice, ma non così semplice da mettere in atto.

Francesco Varanini

Non è semplice, ma dobbiamo provarci. Stare dalla parte della Bildung significa mettere in discussione alcuni assunti che nel mondo della formazione sono dati talvolta per scontati. La pianificazione: pianificazione rimanda proprio all’idea del rappresentare qualcosa su una superficie piana, come appunto Linneo che tenta di descrivere la natura tramite una tavola. L’insegnamento subordinato ad un ‘piano di studi’ definito a priori. La progettazione separata dall’erogazione…

Gianluca Bocchi

C’è un grande limite in questa formazione universitaria e aziendale ‘chiavi in mano’, che consiste appunto nel fare prima piani formativi e poi applicarli. Questa strategia presuppone una forte stabilità del mondo e delle categorie a cui ricorriamo per interpretarlo. Ricorriamo a esperti e specialisti per scomporre. Ma il mondo non ci dice dove trovare le chiavi di lettura per comprendere.

La strategia alternativa è quella di formare la persona nella sua integralità. Dotarla di una ricchezza di linguaggi e punti di vista che di volta in volta evolvano. La cultura è il sistema immunitario per la nostra psiche e per la nostra società. Servono varietà, ridondanza, resilienza come nel sistema genetico. Solo se abbiamo varietà, ridondanza, resilienza, solo se sperimentiamo mondi diversi, narrazioni, fiction, possiamo trovare di volta in volta modi adeguati per ‘accoppiarci strutturalmente’ con l’ambiente. La ridondanza è la migliore garanzia di risposta alle situazioni imprevedibili che non possiamo non affrontare costantemente.

Francesco Varanini

Dobbiamo prepararci per agire in mondi a noi sconosciuti. Le conoscenze già acquisite sono il bagaglio che portiamo con noi, ma non possiamo applicare le conoscenze ad ogni contesto: le conoscenze vanno ripensate in funzione di ogni ambiente, di ogni situazione. L’esperienza si manifesta nel sapersi adattare a muoversi in luoghi sconosciuti. La letteratura ci presenta questa situazione con uno specifico tipo di romanzo, non a caso chiamato Bildungsroman, che si può tradurre con ‘romanzo di formazione’. Il Wilhelm Meister di Goethe, e insieme a lui Pinocchio,

visitano di volta in volta mondi diversi, vivono di volta in volta diverse avventure, Per saper cosa fare in un mondo, non basta aprire un’enciclopedia, dove i saperi sono ben divisi ed organizzati…

Gianluca Bocchi

Divisione dei saperi è un’espressione fuorviante. I saperi non sono separati e poi messi insieme: sono itinerari che si sovrappongono. Alla tendenza verso una formazione orientata alla specializzazione e alla singola professionalizzazione, dobbiamo opporre una idea di formazione che abbracci tutta la vita.

La scuola e l’università dovrebbero essere la prima fase dell’articolazione di una formazione intesa come diritto di cittadinanza. Il diritto all’istruzione è un punto di partenza, non più di arrivo.

Francesco Varanini

Certo. Ma in questa ricerca di spazi di possibilità per la pratica formativa dobbiamo andare cauti.

C’è qui un tema delicato, che non possiamo permetterci di evitare.

Prima di chiederci: ‘quale formazione serve?’, dobbiamo chiederci: ‘Quale formazione possiamo proporre?’, ‘Quale formazione sta nelle nostre corde?’.

In una vita parallela alla mia vita di formatore mi occupo di critica letteraria, mi sento nel mio intimo ‘scrittore’, ed è solo per questo mi sento a mio agio nell’usare i romanzi e la poesia e gli esercizi di scrittura come strumenti formativi. Non mi permetterei di usare la musica, per esempio.

Certo, è giusto sperimentare, innovare. Eppure accade troppo di frequente di veder usati linguaggi diversi solo per seguire la moda, o per presentare un nuovo approccio ad ogni stagione.

Stiamo conversando a proposito di una formazione che sia costruzione di senso. Ma c’è in giro molta merce formativa che è distruzione di senso.

Si può ben usare in formazione la metafora della cucina, lavorando sui gusti, i sapori, i saperi del cuoco. Non a caso sapere e sapore derivano dallo stesso verbo latino sapere: ‘aver sapore’, ‘essere saggio’, ‘capire’. Potremmo per esempio utilizzare le ricette di Pellegrino Artusi, così precise, diverse l’una dall’altra, ognuna delle quali costituisce una narrazione ricca di storia e di cultura. Invece, ecco tutti a parlare di Cooking Team Building, più l’approccio è generico e standardizzato, privo di sapore e di sapere, meglio è.

Il committente si sente ganzo se sceglie modalità formative eccentriche, strane, magari rese lussuose da un brand e da un copyright. Il formatore finisce per accettare il gioco, proponendo ogni volta qualcosa di nuovo e sorprendente. I partecipanti all’attività formativa magari si divertono, magari restano indifferenti; ma in ogni caso non saranno mai veramente commossi, turbati. Possono quindi dare senza problemi una valutazione positiva. Così il cerchio si chiude. Qualcuno ha venduto formazione, qualcuno l’ha comprata. Ma si resta lontanissimi dalla Bildung, dall’illuminazione, dall’elaborare le difficoltà personali e dal prepararsi ad affrontare l’ignoto.

Il punto chiave è che il formatore, quando accetta di scegliere un linguaggio solo perché è di moda, solo perché si spera abbia mercato, si allontana da se stesso; inizia a diventare cinico.

Ricorderò sempre quando, in una riunione tra formatori, proprio una riunione dedicata a nuovi linguaggi, proponevo questa riflessione, parlavo di quello che posso fare e di quello che non posso fare, del senso e del credere in quello che si fa. Un noto collega mi guardò sorpreso e sbottò: “Ma come, non vorrai dirmi che tu ci credi davvero?”.

Gianluca Bocchi

Troppo spesso la tendenza quotidiana di chi è impegnato sia nella professione che nella ricerca scientifica volge oggi a una relativa deresponsabilizzazione, nel senso di un distacco dall’impegno giorno per giorno dagli obblighi della ricerca conoscitiva e dalle riflessioni sulle conseguenze delle proprie azioni.

In questo senso la responsabilità verrebbe considerata, per usare un’espressione di Morin, come ‘puramente programmatica’. Una volta che abbiamo scoperto il modello di pensiero al momento vincente, tutto ne conseguirebbe meccanicamente e automaticamente. E invece il pensiero della complessità ci fa scoprire che ogni momento del nostro cammino, individuale e collettivo, compiamo scelte fondamentali e siamo ulteriormente sottoposti alla pressione di confermare o di revocare le nostre scelte antecedenti.

Perché le scelte che facciamo e che ci appaiono di nel momento non procurano nessuna garanzia di buona riuscita anche nel futuro. Anzi, talvolta il successo del presente è pericoloso e rischia di aumentare la probabilità di insuccesso in un futuro più o meno prossimo: si rimane fedeli fino in fondo alle scelte che a un certo momento si erano rivelate vincenti, pensando che esse non possano che essere definitive e irrevocabili.

Spesso, quando si riesce a scoprire che il panorama in cui ci si muove è mutato così radicalmente da imporre la ricerca di nuove strategie il tempo manca, ed è già troppo tardi.

Il pensiero della complessità valorizza dunque anche un’altra attitudine: la vigilanza. Noi non soltanto dobbiamo impegnarci nel percorrere un cammino, ma dobbiamo sempre stare attenti ai suoi molteplici punti di svolta.

Ci sono enormi possibilità di progresso umano, e ce ne sono altrettante di regresso e di imbarbarimento. La vigilanza è necessaria per permettere a ognuno di sviluppare un pensiero multidimensionale atto a comprendere l’ambivalenza del reale.

Francesco Varanini

Dobbiamo restare legati alla nostra storia, alla grande storia, ma anche, innanzitutto, alle rispettive storie personali di ognuno di noi. Solo così potremo trovare il modo di accettare l’imprevedibile che inevitabilmente irrompe nelle nostre vite. La storia personale è autobiografia. Ognuno ha una biografia, e ha il diritto di narrarla, di affermarla.

Per cercare di guadare a un futuro, e ancor prima per cercare di vivere in un presente al quale si è raramente preparati, abbiamo bisogno di mantenere vivo il legame con quella straordinaria età che è stata la nostra infanzia, con le esperienze lontane, con il nostro intero percorso di vita,.

Serve imparare a vedere i limiti di tutte le Gestalt, i ‘libri delle regole’ che ci vengono proposti. Serve imparare ad accettare i dati di realtà, imparare ad agire nonostante i vincoli, coltivando gli spazi di libertà di cui comunque almeno in qualche misura sempre godiamo. Serve coltivare l’autostima, serve portare alla luce il nostro personale modo di intendere la vita, serve Bildung. Serve per questo un ‘lavoro su di sé’. Il senso profondo della ‘formazione permanente’ è questo. Accettare il cambiamento, imparare un nuovo mestiere, tutto questo è possibile se sappiamo chi siamo e non temiamo di perderci.

Ognuno è chiamato a fare per sé questo lavoro. Nessuno può fare per noi questo lavoro. Nessun formatore, nessun docente, nessun maestro può sollevarci da questo compito. Ma abbiamo bisogno di formatori, docenti, maestri che ci accompagnino.

Il buon formatore, docente, maestro è tale perché porta esperienza. Esperienza, sopratutto, del proprio lavoro su sé, del proprio percorso di crescita e di cambiamento.

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