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Perché posso dirmi formatore

di Francesco Varanini 11 gennaio 2014

Posso dirmi formatore perché
a cinque anni schierati in attesa
al termine del primo trimestre
la Direttrice i capelli bianchi a crocchia
diede a tutti la sacra pagella
ma a me no, ero abusivo, ero meteco
un auditore privo di diritti

Poi mio babbo mi ritirò dal liceo
non ero all’altezza secondo lui
per concorrere da sicuro vincitore
all’alloro scolastico

Posso dirmi formatore perché mentre ancora
si spengeva la voce del presidente di commissione
che mi proclamava dottore cum laude
il relatore mi sussurra all’orecchio
‘Non ho niente da insegnarti’, esimendosi così,
già che c’era, dall’offrirmi un qualsiasi
straccio di posto da assistente gratuito

E perché a ventiquattro anni comandavo un plotone di alpini
sotto il fuoco di insensati comandi
provenienti da uno di quei telefoni a manovella
che si usavano allora

E poi supplente alle medie superiori
consegnai il registro nelle mani della classe giacché
la responsabilità è un gioco e un rischio

Posso dirmi formatore perché
tre giorni di canoa su per il río Onzole, morenos
costretti nel ruolo di alfabetizzandi mi mostrarono
che sarebbe facilissimo imparare
ma scrivere e leggere non serve a nulla
con buona pace di Paulo Freire a loro
i maschi, interessavano solo le partite di calcio
e le donne mi chiedevano insegnassi loro i quebrados perché
erano venute a sapere che di questo
si parlava nella Sexta
per loro, il Master di Harvard

E poi durante il turno di notte mentre
alimentata da secchi di vernice
girava la gran macchina sputando segnature
gli operai mi insegnarono come
sabotare la produzione, nel caso
il loro senso di giustizia richiedesse il gesto

Posso dirmi formatore perché
un certo giorno dei primi Anni Ottanta, mi immersi
al colmo della meraviglia
nel testo ora fluido emergente
nonostante i fosfori verdi vivo
di computer assurto a strumento di scrittura

E poi una notte siccome i maestri
sono lontani e spesso involontari
cosicché mi permisi di considerare mio maestro
il grande Caín fermo lì al Vedado su per la Rampa
nell’Habana anni sessanta
vagavo per la rete in cerca di sue tracce
inciampo in giornalista che retorico afferma
Hay una nebulosa actual que envuelve
al mercado editorial, escritores
y editores, gustos prefabricados…
E Caín avvolto nel fumo del suo puro risponde e dietro le lenti
Hay algunos libros interesantes, no crea:
El viaje literario de Francesco Varanini,
que da su merecido a la crítica más complaciente y a la vez
apuesta por la novela ocasional,
no un libro cada año con formas como fórmulas.

Posso dirmi formatore perché
dopo affannata corsa nel metro giunsi
quasi puntuale di fronte al mio padrone
lui al riparo di augusta scrivania sulla quale ignaro posai
la mia penna Montblanc
e lui sovrappensiero ma non troppo
se la prese tra le dita
non poteva essere mio codesto
modesto feticcio del potere

E poi un giorno ormai in veste di docente
quasi senior in una di quelle sacrali
aule ad anfiteatro guardai per terra
e vidi e raccolsi una ignota monetina

ma di questo potete leggere nel libro

Il 9 gennaio 2014, nel corso della presentazione del libro che ho scritto insieme a Gianluca Bocchi, Le vie della formazione, il mio intervento è consistito nella lettura di questa poesia. Perché la formazione, ben prima che formazione degli altri, è formazione di se stessi, autoformazione. E quindi la credibilità, l’utilità del lavoro di un formatore si radica sul suo personale percorso di formazione. Ognuno di noi ha percorso, e sta percorrendo, una via – può quindi narrare di questo cammino. La consapevolezza della propria via, del proprio percorso, è il fondamento dell’autorevolezza di chi si trova a sostenere gli altri nella propria formazione.

Posso anche ricordare un precedente. Dieci anni fa, nel corso di un evento teatrale organizzato dall’Aif, Associazione Italiana Formatori, avevo raccontato in modo differente, sempre in versi, la stessa storia. Ne trovate traccia qui su Bloom.

 

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