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Avventure orientali #2

di Luca Frediani 17 novembre 2015

I successivi viaggi li ho fatti da solo. Avevo dato prova di potermela cavare anche con i clienti più ostici e di potermi guadagnare il loro rispetto anche solo col fatto di parlare la loro lingua. Il capo mi avrebbe raggiunto due giorni prima della partenza, giusto per fare la sua comparsata istituzionale.

In volo faccio domande alle hostess, chiedo da bere in cinese tanto per abituarmi. Guardo un film sottotitolato in inglese cosi’ per fare l’orecchio alla lingua, ben sapendo che mi aspetta un accento tutto diverso.
Atterro, salgo su un taxi verde e bianco, il primo che trovo. Un poliziotto, o quello che sembra tale, con una vistosa fascia “an quan” – sicurezza – al braccio mi ferma. “Oddio, sono finito, cosa vogliono? Avranno scoperto che all’asilo ho rubato un soldatino ad un mio compagno?”
No, ma non capisco. Parla a raffica e non sembra avere tempo per me da tanto che è allarmato. “Pai dui” lo capisco, però. Devo solamente mettermi in fila e prendere i taxi nell’ordine in cui arrivo. Eseguo diligentemente, la fila di persone scorre al pari di quella dei taxi. Mi tocca un taxi bianco e verde che credo di aver già visto.
La valigia nel portabagagli non ci sta. C’è una gigantesca bombola del gas che rende inutilizzabile tutto il baule.
Nell’ultima mezz’ora di volo avevo ripassato le frasi per farmi portare a destinazione, funziona, il tassista capisce al volo e passiamo quindici minuti parlottando dell’Italia (si, dopo aver spiegato come e perchè uno come me parla cinese).
Pago il taxi solo dopo aver risolto a gesti una piccola incomprensione sulla pronuncia di 4 e 10 che qui sembrano essere la stessa cosa.
Tento il checkin in cinese ma un problema sulla dimensione dei letti mi coglie impreparato. Ripiego sull’inglese non senza qualche imbarazzo perchè devono chiamare l’unico con una conoscenza base di inglese.
Sono in camera, vivo, in Cina, da solo.
Prendo il mio smartphone nuovo, imposto l’alfabeto cinese e inizio a contattare i clienti. Programmo il pomeriggio e la serata “non mi mandare l’autista, mi muovo in taxi, io”.
Visita ai clienti e questa volta nemmeno scomodano il “cervellone” degli impiegati, quello che mastica qualche mezza parola di inglese. Sanno che io so e soprattutto non sanno quanto io sappia poco. Me la cavo comunque.
Il cliente si scusa, deve assentarsi per mezz’ora (o un’ora e mezza, è facile sbagliarsi), mi porta nell’altro ufficio dove stanno i venditori. Cinque ragazze e due ragazzi apparentemente 20/23 anni anche se so che la maggior parte passa i 30. Spiego subito perché parlo cinese e passo tre ore bevendo te’. Mi raccontano quello che fanno, dove vivono, l’affitto, la casa, le bollette, la scuola dei figli.
Cena col cliente tornato dopo tre ore e mezza.
Mi annoio. Qui è finto e la Cina è lì fuori.
Esco di fretta, recupero il contatto della venditrice più carina e mi faccio venire a prendere da lei e dal suo stuolo di amici. Siamo in 7 in una macchina da 4.
Mi tornano in mente certe barzellette sulla cinquecento.
Pub, un locale, un po’ di musica dal vivo, birre cinesi, bagni al limite del praticabile che definirei veramente “cessi”, altri ciclisti aspiranti suicidi.
Il giorno dopo ricomincio le visite ai clienti. Aspetto solo che arrivi la sera per mollare questi ricconi e andare in Cina.
Scappo, prendo il taxi e raggiungo la figlia di un cliente che mi aspetta con le amiche davanti ad una improponibile bettola in cui andiamo a mangiare vero cibo cinese. Niente aragoste, niente prelibatezze. Non faccio domande e provo tutto. Nel frattempo una vecchia squarta un pesce ancora vivo su un ceppo di legno spargendo sangue e interiora tutto intorno. Nessuno gira in ciabatte da queste parti, guardo il sangue per terra e capisco perchè.
Andiamo fino sulla collina e qui vedo le stelle in quella città troppo inquinata per permetterti di osservare il cielo. C’è il tempio, con i monaci, gli incensi, poesie incise sul granito, statue di buddha e di guerrieri, famigliole a passeggio. Mi chiedono tutti la foto.
Da questa parti si cena alle 6, quindi è ancora presto. Andiamo fino all “anping qiao”, un ponte in pietra che collega due città sulle rive opposte del lago. Chiedo delucidazioni sulla sicurezza del ponte, mi dicono che “anping” vuol dire “sicuro”, quindi, nessun problema.
Statue di draghi, templi, buddha, incensi. Tutto sul ponte.
Il giorno dopo arriva il capo, guarda il cielo grigio, tossisce. “Vent’anni che vengo qua. Che posto di merda”
No, non è un posto di merda, è solo che non ci sei mai stato.

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Informatico convertito al settore lapideo e con la passione per la Cina. Ogni tanto scrive un po' di roba su www.lucafrediani.info

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