Contributi

I panini da dentro

di Marco Bruschi 02 gennaio 2013

Quello era il mio primo lavoro. Una cosa da grandi. Non come servire alla rosticceria di nonna o portare le acque toniche giù al circolo la domenica, che domenica c’è la canasta. Quello era un lavoro serio e regolare, con tanto di orari e busta paga. Avevo dovuto perfino portare il mio curriculum. Mi avevano chiamato tre giorni dopo averlo presentato e io avevo pensato di averli impressionati se erano stati così veloci. Allora ancora non sapevo che ai fast-food assumono tutti, perché hanno sempre bisogno di personale. Mi presentai al colloquio sfoderando il più affabile dei sorrisi, prima di entrare ammiccai alla statua di plastica del clown simbolo della catena, che mi sorrideva impassibile.

Camicia a quadri e cappellino

Al bancone venni accolto da una ragazza gentile con una camicia a quadri e un cappellino e quando le dissi che non volevo un panino ma ero qui per lavorare mi disse, aspetta che ti chiamo un manager. Arrivò un’altra ragazza che però non aveva un cappellino e indossava una camicia bianca.

Ciao io sono Cristina e sono un manager, mi disse. Ciao io sono Marco. Vieni qui dietro che ti do i vestiti che dovrai mettere e ti spiego tutto. Stavo per andare dietro al bancone ma lei mi disse no no, non da qui, devi uscire, fare il giro e passare dalla porta sul retro. Qui dietro i clienti non devono mai vedere persone vestite con gli abiti di fuori.

Eseguii, un po’ perplesso sinceramente: erano le tre di un sabato a metà luglio, faceva un caldo bestiale e il locale era completamente vuoto.

Scendemmo giù al piano di sotto, dove c’erano le celle frigorifere, il magazzino e gli spogliatoi. Christina era gentilissima ma sbrigativa. Mi diede una camicia a quadri, un cappellino e pantaloni neri. Mi diede anche un cartellino con scritto “crew” da appuntarmi al petto e poi ci ficcò dentro un foglio dove aveva scritto il mio nome con un pennarello. Controllò che non avessi piercing o tatuaggi in punti visibili. Non ne avevo, poteva cominciare l’addestramento. Come ultima cosa mi guardò un po’ di traverso il viso: quella barba è troppo lunga, magari domani rasati. Me l’ero fatta il giorno prima ma dissi: certo. Mai contraddire un manager.

Purtroppo il videoregistratore non funzionava altrimenti mi sarei dovuto sorbire una cassetta formativa di un’ora sull’arte di fare i panini e di sorridere al cliente anche mentre ti sta schiacciando con la macchina. Saltammo la teoria e passammo direttamente alla pratica, su al piano di sopra. Appena salito venni invaso dal rumore di decine di macchine in funzione tutte insieme che producevano bip a non finire. Cristina mi assegnò un tutor che praticamente era la ragazza col cappellino che mi aveva accolto all’inizio. Lei ti spiegherà tutto, disse il manager. Meno male, pensai guardandomi intorno, perché qui è un casino.

Bene Marco, cominciò il mio tutor che, sbirciai sul cartellino, si chiamava Giulia, ora ti insegno ad orientarti. Non ti preoccupare, è facilissimo. Per prima cosa ti mostro come lavarti le mani.

Pensavo di non aver sentito bene e sgranai gli occhi mentre Giulia si metteva davanti al lavandino e mi diceva che, mi raccomando, servono due spruzzi del sapone liquido e poi ci si asciuga con questa carta qui. Prova tu.

Volevo dirle che anche io ogni tanto durante la mia vita mi ero lavato le mani, ma tenni la bocca chiusa e mi spruzzai due volte il sapone.

Entrammo in un’altra stanza e mi arrivò una zaffata di ciao poco convinti provenienti da quattro o cinque ragazzi vestiti tutti uguali a me. Giulia proseguì la spiegazione: là c’è la griglia e il tavolo per i condimenti. Questo e quello sono i due toster, quello in fondo tosta il pane per gli ham, i cheese e i big, mentre su questo facciamo solo i tasty. Quel ragazzo in piedi dietro a tutti i panini già pronti è l’addetto alla distribuzione e dice ai ragazzi della griglia e del popeto cosa gli devono preparare. Il popeto è dietro di lui. Chi sta al popeto deve fare i chicken, i premiere e tutte le cose riguardanti il pollo. E stare attento che le cose non finiscano naturalmente. Se si rimane senza cotolette durante le ore più calde è un bel problema, ti pare?

Biascicai un incerto: eh già, sfoderando un improbabile sorriso, ma ero sicuro che il terrore traspariva dai miei occhi. Non avevo capito la metà delle parole che aveva detto il mio carissimo tutor. Mi sembrava di essere immerso in un altro mondo e che tutti i ragazzi indaffarati davanti alle griglie urlandosi: è finita la salsa bacon, o: fammi quattro big e sei tasty, avessero dimenticato che là fuori da quei vetri c’era una vita vera.

Tu per oggi ti occupi delle patatine, disse Giulia e io pensai: almeno so cosa sono.

Niente: lavoro qui

Fare le patatine era proprio facile. La macchina suona: scuoti le patate, la macchina suona di nuovo: togli le patate dal fuoco, la macchina fischia: sono finite le patate, cambiare il sacchetto. Non sapevo ancora che quella era la mansione peggiore che potessero affibbiare a qualcuno in un venerdì sera in pieno luglio. Perché le patatine, in un fast food, servono sempre. Le usano ovunque, le servono coi panini, le servono con le insalate, le mettono dentro i panini, le mettono dentro le insalate, le mettono nel gelato, nella coca cola e nell’acqua e per colazione te le zuppano nel cappuccino assieme alla brioche.

Quel giorno avrò cotto cento chili di patatine e sarò dimagrito di due taglie con tutto quel caldo.

Ma non mi importava: ero un crew, qualunque cosa significasse, ed ero un lavoratore.

Il giorno dopo cominciai a conoscere qualcuno dei miei colleghi. La sera prima non ci eravamo scambiati molte parole, a parte fammi un sacchetto grande e due piccoli e così via. Erano tutti giovani, infatti se hai più di ventisei anni non ti prendono a lavorare in posti del genere. Eravamo tutti negli spogliatoi e loro parlavano di cose riguardanti il lavoro e li sentii più volte dire quella parola incomprensibile: popeto. Alla fine chiesi spiegazioni e mi dissero che era una sigla che stava per pollo, pesce e toast. Era una postazione dove cucinavi quelle cose.

Non ti preoccupare che la vedrai presto, mi assicurarono.

Poi parlando del più e del meno accadde una cosa triste. Eravamo sul discorso università e io chiesi agli altri cosa studiassero. Quando la metà di loro mi rispose “Niente, lavoro qui”, dovetti mordermi la lingua per non manifestare il mio stupore. Io prendevo quel lavoro come una parentesi fra l’ultima sessione di esami e la ripresa delle lezioni, non avevo mai pensato che si potesse considerare come un’aspirazione di vita. Ebbi l’accortezza di non dire niente, mi ficcai in testa il cappellino e tenni la bocca chiusa. Sarò stato io, ma mi sembrava che mentre salivamo le scale si fosse tutti un po’ tristi.

Quel giorno successe che mi venne sete. La macchina per le bevande era proprio lì e io presi un bicchiere, lo riempii con un po’ di the freddo e me lo portai alle labbra. Quasi mi strozzai perché spuntò un manager davanti a me che mi guardava malissimo. Non ti hanno spiegato come bisogna fare per bere?, mi chiese. Non sapevo se ridere o disperarmi e dissi solamente: no. Prima, mi spiegò, devi chiedere il permesso a un tuo superiore e visto che sei un crew puoi prendere solo acqua, c’è anche quella frizzante se vuoi. Dissi ok.

Avevo imparato a bere.

Il famigerato popeto

Dopo due o tre giorni di estenuanti patatine venni introdotto a qualcosa di più serio: il famigerato popeto. Questa volta mi insegnò tutto uno swing, perché era più complicato. Lo swing stava a metà fra noi crew e i manager, portava una camicia bordeaux e non aveva l’obbligo del cappellino. Il mio swing era una ragazza dalla faccia pulita, gli occhi fantastici ma la lingua tagliente. La prima cosa che fece fu dirmi: tagliati la barba. Poi mi spiegò in poche parole che era tutto semplicissimo, che al popeto sarei stato da solo e che avrei dovuto controllare che tutto fosse sempre cotto e pronto. In pratica qualunque cosa riguardasse il pollo era di mia competenza: i panini, le crocchette e le insalate con dentro pezzi di volatile. Se le scorte finivano dovevo andare giù nella cella frigorifera a prenderne di nuove. Si chiamava “rifornimento popeto”. Una cosa da esperti.

Lo swing mi portò a vedere le celle frigorifere. Ci mettemmo due giubbottoni per non morire assiderati ed entrammo. C’erano scatoloni ovunque, pieni di carne e tutto il resto. Quelli per il popeto stavano in fondo a sinistra. Una volta che scendi prendi tutto quello che riesci a portare perché non puoi venire giù continuamente, mi disse. Non replicai, mai contraddire uno swing.

Scoprii che stare al popeto era un casino e cominciai a rimpiangere le mie patatine. Non solo c’era da fare tutto, dovevi anche farlo velocemente. Anche lì le macchine non smettevano mai di farti bip per avvertirti che questo era da controllare, quello era cotto e quell’altro bruciato. Dannate friggitrici.

La cucina di un fast food non è certo l’ambiente più salutare del mondo. Non si fa altro che respirare olio bruciato e quando si lavano i filtri delle cappe c’è da vomitare, tanto che l’acqua diventa nera. Poi, pesano una tonnellata. Io sono abbastanza alto e la mia swing dagli occhi belli era sempre a chiamarmi per farmeli cambiare. Tu che ci arrivi bene, mi diceva, porta i filtri a lavare. Io cominciai a odiarla, lei e i suoi occhi azzurri. Poi però un giorno assistetti a una feroce ramanzina che le faceva un manager perché si era dimenticata di rifornire di salse il reparto condimenti e mi dispiacque molto.

Pensavo che non ci fosse niente di peggio della postazione popeto, nel centro del caos tirato per la manica da tutti e chiamato continuamente a fare qualcosa mentre contemporaneamente devi cuocere tutto il pollame della provincia. Mi sbagliavo. Un giorno salgo bel bello la mia scalettina e un manager mi dice: sei ancora stato in griglia? In un attimo mi sono passate davanti decine di visioni apocalittiche che mi vedevano davanti ad un mostro fumante e sfrigolante. Vieni che ti insegno. La seguii disperato.

La griglia è enorme. Ed era esattamente come me l’ero immaginata: un mostro fumante e sfrigolante. Chi sta in griglia cucina la carne per tutti i panini. Mi raccomando, mi disse il manager, quando metti la carne surgelata sulla griglia indossa prima uno di questi guanti usa e getta. Devi mettere un guanto nuovo ogni volta che metti la carne, poi lo butti. Era facile, avevo afferrato. La sera stessa constatai che era impossibile. In una serata abbastanza affollata, diciamo un venerdì sera, metterai sul fuoco la carne decine di volte e ogni volta che devi indossare quel guanto maledetto impieghi troppi, veramente troppi secondi preziosi. Senza contare che spesso non entra, non si separa dagli altri, si strappa. Rimanevo indietro, sentivo il peso di tutto il fast food sulle mie spalle, l’addetto ai condimenti mi diceva dai spicciati che servono i panini. Poi si è girato e mi ha detto: ma che fai? Il guanto lo devi mettere solo quando ti guardano i manager!

Registrai quella regola non scritta e affondai le mani dentro il sacchetto della carne.

I nomi di tutti

Dopo dieci giorni di prova, mi assunsero. Mi venne assegnato un armadietto, anzi metà, perché lo dividevo con un altro ragazzo, mi diedero una camicia e un paio di pantaloni di riserva. Ora avevo anche il mio bel paio di scarpe antinfortunistiche come gli altri e, la cosa più figa, la tessera magnetica da passare quando entravi e quando uscivi. Il pronipote del vecchio cartellino. Avevo anche firmato il contratto: tutti i giorni per quattro ore al giorno sarei stato impegnato nella catena di produzione dei panini.

Riuscii a imparare a memoria i nomi di tutti. Non era facile perché fra ragazzi e ragazze saremo stati una trentina che ci incastravamo fra i turni e come se non bastasse ogni tanto spuntava una faccia nuova. Le assunzioni lì sembravano le sostituzioni di una partita di hockey. Fuori la prima linea, dentro la seconda. Solo i manager rimanevano gli stessi. Ogni tanto si licenziava qualcuno o sentivi qualcun altro che prevedeva di licenziarsi presto e ogni settimana si presentavano una o due matricole. Chiaro che poi non si fermavano tutti, solo pochi riuscivano a sostenere i ritmi.

Avevo sempre visto dei cartelli sulle casse con scritto cose del tipo: Sei un ragazzo sveglio fra i diciotto e i ventisei anni? Vieni a lavorare con noi!

Pensavo fosse un po’ una cavolata questo metodo di assunzione, più che altro poco professionale. Poi ho capito che per il fast-food va alla grande perché tanto non conta cosa sai fare, conta che tu ti metta il cappellino e che ti piazzi dietro la griglia. Quello che ti serve sapere te lo insegna uno swing dagli occhi di ghiaccio e se non lo impari avanti il prossimo.

Mangiavo lì tutti i giorni, o a pranzo o a cena. I dipendenti hanno diritto a un menù gratis mezz’ora prima o mezz’ora dopo il loro turno e hanno tutti i giorni uno sconto del cinquanta per cento sui primi quindici euro di spesa. Una pacchia. Il menù consiste in un bel panino, patatine (naturalmente) e bibita. Invitavo sempre qualcuno a cenare o far merenda, dipendeva dai turni. Una volta andai lì con due miei amici un’oretta prima di entrare perché volevamo mangiare con calma e chiacchierare in santa pace. Mi affaccio al bancone, saluto la collega alla cassa e ordino le mie cose. Lei storce un po’ la bocca e vedo che guarda l’orologio appeso al muro.

Sai, non so, è un po’ presto, aspetta che chiedo.

Il manager fu perentorio: No, è troppo presto. Puoi prendere il menù gratis solo mezz’ora prima del turno, torna dopo.

La cosa buffa, o grottesca, fu che aspettai quei venti minuti seduto con i miei amici in un tavolinetto davanti al bancone, nella sala pressoché vuota, con il manager e la cassiera che chiacchieravano amabilmente perché era metà pomeriggio e non c’era veramente niente da fare.

Mezz’ora prima del mio turno mi alzai, andai al bancone e presi il mio menù. Buon appetito.

Dopo due mesi ero ormai diventato un esperto. Conoscevo a memoria la preparazione di tutti i panini e l’ubicazione di qualsiasi cosa mi potesse servire, sapevo pulire la griglia, il popeto, le scale e il cesso. Mi proposero anche di prolungare il contratto fino a natale ma declinai gentilmente l’offerta.

La cicca solitaria e l’odioso clown di plastica

In una mezzanotte di inizio settembre, dopo il turno, mi ritrovai a fumare una cicca solitaria seduto di fianco a quel cavolo di clown di plastica a grandezza naturale. C’era una panchina di fianco alla porta e un posto era occupato da lui, i bambini di giorno ci giocavano e si facevano fare le foto. Lui sorrideva sempre, ma io quella sera non avevo voglia di sorridere. Cominciai a pensare al fast-food. Ora capivo perché cose così hanno successo dappertutto: semplicemente perché è impossibile che falliscano. A livello organizzativo sono perfette: tutti controllano tutti, a cominciare dagli swing che badano ai crew poi i manager che controllano loro e infine il proprietario, quello che caccia i soldi del franchising, che sta sopra a tutti quanti. E se le cose non funzionano qualche testa ci mette davvero poco a cadere.

Da quando si gira la chiave per aprire il locale la mattina a quando si chiude la porta la notte, le azioni di ognuno sono regolate dalle direttive inventate da persone che come lavoro fanno quello. Dagli esperti. C’è uno standard per tutto, ogni panino ha le sue leggi, ogni azione pure.

Si sono inventati un mondo nuovo, un mondo tutto loro, e ti danno anche le istruzioni per l’uso.

Lo straniamento è totale fin da subito, da quando ti spiegano a lavarti le mani a quando ti illustrano le postazioni di cottura con tutti quei nomi strani. Lì un panino con la carne non può chiamarsi “panino con carne” ma almeno “super fresh special meat”, se non peggio. La normalità la scelgono loro e il buon senso sta a zero. Tu non puoi fare le cose in un modo leggermente diverso perché ti torna meglio. No, lì vige la regola dell’esattamente così e se non la rispetti tanti saluti. È quella la parola d’ordine: esattamente. Senza sgarrare, senza muoverti di un millimetro più in là.

Il fast-food è una grande macchina che respira aria propria e tu non sei più un essere umano ma solo un ingranaggio. Non puoi avere personalità, non puoi avere carattere. Barba rasata, capelli curati, nessun tatuaggio o piercing, nessuna cosa che ti renda riconoscibile o che strida con tutto il resto. Devi essere un cappellino e una camicia a quadri, fare panini e rispettare le loro mille regole, che alla fine ti si inculcano nella mente come tarli.

Chissà, se fossi rimasto di più magari un giorno avrei spiegato anch’io a qualcuno come lavarsi le mani, invece arrivò ottobre e con esso le lezioni universitarie. Me ne andai col sorriso sulla faccia perché non ne potevo davvero più.

Ciao swing, ciao manager. Ciao popeto, griglia e cella frigorifera. Ciao panini, ciao friggitrici. Ciao regole assurde, ciao patatine. Ciao a tutti, anche a quello schifoso clown di plastica.

Originariamente pubblicato sulla rivista Persone & Conoscenze – qui trovi la versione PDF dell’articolo 

Fonte dell’articolo, il mio sito web

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Laureato in Informatica Umanistica all'Università di Pisa, guarda le nuove tecnologie da un punto di vista sociologico, culturale e qualche volta letterario. Adora i vizi e non si fida di chi dice di non averne. - http://www.marcobruschi.net/ Twitter: @paroledipolvere

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