La fortuna e la vocazione dell’uomo non consistono nell’essere egli stesso il centro ultimo, bensì nel poter ruotare fiduciosamente intorno a un altro centro portando con sé il proprio. chi invece pretende di essere il centro assoluto della realtà, smarrisce il proprio ritmo e conseguentemente anche il senso dell’esistenza.

Marius Schneider

La deriva dell’inutile: il “buon senso” travolto dall’esigenza di sopravvivere

8298682372_bbb63b5eb5_cTergiversare per perdere tempo; motivare l’ingiustificabile pur di far accadere ciò che si vuole; istituire commissioni o tavoli di lavoro per fingere di fare le cose; manipolare le informazioni pur di ostacolare l’operato altrui.

Spesso ci si imbatte, risultandone complici, in pratiche sviate dagli obiettivi prefissati.

Gli apparati – enti, organizzazioni, istituzioni – sono terreno fertile per tutto questo, fino ad assumere la connotazione di burocrazia demenziale e ottusa: condizione ideale per pratiche di corruzione e concussione, tanto discusse e deprecate, ma ostinatamente presenti, irriducibili, mai sopite. Derive che vanno di pari passo con l’affermazione di una selezione della classe dirigente basata più sull’appartenenza che sul merito e con logiche di continuità nelle governance che non favoriscono processi di alternanza e ricambio.

Insomma, siamo circondati da un mondo di inutilità: energie dilapidate, impiego distolto di risorse, intelligenze disorientate. Inefficienza e inefficacia.

In ogni caso tali agiti presuppongono in sé specifiche abilità e competenze. Ma per raggiungere quale fine?

Abbandonato il compito primario, si ripiega verso quello secondario, cioè la sopravvivenza di se stessi e dell’istituzione di appartenenza, ingaggiando una vera e propria lotta di potere latente: difendere i la posizione acquisita, ovvero affermarla sempre di più, sia la propria che quella di ciò che si rappresenta.

Ecco l’allargamento della forbice, mismatch, tra “domanda”, cioè il fabbisogno emergente dalla realtà, e “risposta”, cioè gli atti e gli strumenti messi in atto per affrontare le questioni. L’esito sono agiti non tanto volti a dare risposte fattive alle esigenze bensì ad assicurare e sostenere l’esistente: garantire ruoli, funzioni, tool, siatemi in essere. Strutture e sovrastrutture.

Ecco la degenerazione del concetto di “utilità”. Utile infatti è ciò che crea valore, ma il valore può essere materiale oppure immateriale; il primo è chiaro e controllabile, si può anche misurare, non quello intangibile che ha natura astratta. L’utilità immateriale è relativa, fortemente ambivalente e variabile con i tempi. Su questa ambivalenza trova spazio l’ambiguità dell’agire, fino allo sdoganamento di comportamenti opportunistici, manipolatori, anche menzogneri.

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Foto: sopravvivenze

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